Sosta & Ripresa torna ai suoi lettori, accresciuti da quando la testata ha avuto la propria edizione su internet, anche con un numero cartaceo in occasione del Natale e del nuovo anno. Ed è questo tempo forte della liturgia che il Papa ci invita a vivere con rinnovata speranza, ma anche con più forte impegno.

Il nostro giornale è una piccola realtà, tuttavia a questo impegno non intende sottrarsi. Lo fa con la convinzione profonda che il laicato cattolico sia portatore del magistero comune della Chiesa. Lo fa perché la sua fondatrice, Tommasa Alfieri, di questa convinzione è stata nel ventesimo secolo una testimone di assoluto livello e di ancor più assoluto valore di insegnamento e di esempio.
Di questa ostinazione di speranza che mantiene viva Sosta & Ripresa bisogna ringraziare diverse persone, soprattutto Mario Mancini e Laura Ciulli,oltre a quanti offrono alla testata preziosi contributi di collaborazione. Al direttore della rivista, a chi scrive queste righe, spetta l’onere gradito di esprimere questa riconoscenza, ma anche il dovere di aggiungere la propria voce alle loro, il dovere di portare avanti quella che nei mezzi d’informazione si chiama linea editoriale.
Natale è un Bambino che nasce e cambia la storia. L’Incarnazione è il momento nel quale, come cantano gli angeli a Betlemme, si congiungono e si manifestano la gloria nel Cielo e la pace in terra. Ma se la gloria abita l’eternità, la pace va costruita ogni momento, la pace è un cantiere perenne. Per questo, con una speciale Giornata mondiale nell’ottava di Natale, nel primo giorno dell’anno, la Chiesa invita alla preghiera e alla riflessione per la pace.
Il tema scelto da Papa Francesco in questo 2019 è «La buona politica è al servizio della pace». Un tema che può assumere i connotati di una sfida, un’altra sfida di senso lanciata da Papa Francesco a un’epoca di cacofonico qualunquismo, reso pervasivo e imperante dallo strapotere di cosiddetti social.
E sembrerebbe una sfida perdente contro quanti quegli strumenti sanno sfruttare per garantire successo alle proprie politiche – queste si cattive – fondate sulla ricerca di un nemico contro il quale indirizzare l’odio e la rabbia (e il termine è scelto appositamente: non ira, che è certo un peccato capitale, ma che appartiene comunque alla sfera umana, ma rabbia animale, malattia contagiosa di ferocia e delitti). Era accaduto con il tema scelto per la Giornata del 2018, dedicata a migranti e rifugiati, uomini e donne in cerca di pace. Era accaduto e accade ogni volta che il magistero pontificio si pone in contrasto con quanti nel conflitto accrescono la propria ricchezza e il proprio potere. E in contrasto anche con una parte dei cattolici, che sarebbe illusorio credere minoritaria, i quali ascoltano il Papa solo quando è d’accordo con loro
Si: definire buona la politica oggi potrebbe sembrare una sfida e una provocazione. E invece è un promemoria. Un promemoria necessario , in un’epoca che dimentica costantemente – o meglio mistifica – avvenimenti vecchi di pochi giorni, figuriamoci un magistero plurisecolare, rinverdito e rinvigorito in oltre un cinquantennio di attuazione del Concilio Vaticano II. Perché, per inciso, anche le Giornare mondiali della pace, volute e istituite da Paolo VI, sono figlie del Concilio.
La politica, per citare un’espressione di quel grande Papa, è la più alta forma di carità. E colui che oggi è un suo successore, Papa Francesco, quell’espressione la cita spesso. Così come è perentorio nel denunciare la cattiva politica, nel bocciare senza se e senza ma le teorie e gli interventi volti a costruire muri, a far prevalere l’uno sull’altro, a rafforzare divisioni culturali e sociali, politiche. Questo promemoria, o meglio questo richiamo all’impegno politico e all’onestà, morale e intellettuale prima ancora che circoscritta al non rubare, va alla radice del bene comune. La breve nota diffusa dalla Santa Sede all’annuncio del tema scelto dal Papa per la Giornata, lo evidenzia. Parla infatti di missione che non può prescindere dal salvaguardare il diritto e dall’incoraggiare il dialogo tra gli attori della società, tra le generazioni e tra le culture. E deve avere lo sguardo al tempo stesso sul passato, sul presente e sull’avvenire, interpretare la realtà quotidiana, assimilare la lezione della storia, guardare al «futuro della vita e del pianeta», pensare ai «più giovani e ai più piccoli», interrogarsi su come dare risposte alla loro «sete di compimento».
E mentre sottolinea come «la responsabilità politica appartenga a ogni cittadino» aggiunge che questo principio vale «in particolare per chi ha ricevuto il mandato di proteggere e governare». Chi quel mandato sollecita e ottiene deve agire per rafforzare la comunità e il rispetto tra i suoi attori. Deve costruire, come si è detto tante volte, ponti e non muri, bandire i pregiudizi, promuovere un dialogo di fraternità che garantisca fiducia. «Non c’è pace infatti senza fiducia reciproca. E la fiducia ha come prima condizione il rispetto della parola data», si legge ancora nel documento vaticano.
E questo significa anche evitare le false promesse, o peggio, quando si rivelano impossibili da mantenere, ostinarsi in decisioni che si ripercuotono negativamente sull’intera comunità e che schiacciono soprattutto i più poveri.
Fare politica significa servire, non servirsi.
La politica, dunque, non è cosa da bistrattare in ossequio a logori luoghi comuni, ma cosa da assumere come vocazione o almeno da richiedere impegno. E Papa Francesco chiede ancora una volta, nel messaggio per questa Giornata, impegno politico e sociale. Ed è perentorio nel bocciare senza appello teorie, azioni, interventi pensati e realizzati solo per costruire steccati, per rafforzare divisioni culturali, sociali, politiche, per incattivire gli animi e per istupidire le menti. Già nell’Evangeli Gaudium Francesco aveva sollecitato ad un pensiero forte e soprattutto a pensare al plurale, oltre la ristrezza dell’io dominante, esclusivista e sterile. Quel pensiero, cioè, in grado di «un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del nostro mondo!».
Ma certo non è questa la politica oggi trionfante. Né il Papa lo ignora. Lo scorso ottobre, Francesco ha detto una cosa che ben poca stampa ha riportato, anche se – come può confermare ogni giornastista appena discreto – dava “l’opportunità di un titolo”. Secondo il Papa, «oggi sono di moda i populismi, che non hanno niente a che vedere con il “popolare“: il popolare è la cultura del popolo, e la cultura del popolo si esprime nell’arte, si esprime nella festa: ogni popolo fa festa, a suo modo. Ma il populismo è il contrario: è la chiusura in un modello, “siamo chiusi, siamo noi soli”, e quando si è chiusi non si va avanti».
E quale risposta sono chiamati a dare i cattoli, o meglio quanti abbiano volontà e cuore per prendere davvero in considerazione il loro battesimo? Non è argomento da esaurire nello spazio necessariamente ristretto di un articolo giornalistico. Ma pure qualche accenno è necessario fare, se non altro per ricordare le lezioni di una storia che ha visto spesso il cattolicesimo isolato sul piano valoriale, certo a causa di spinte potenti che dei valori umani, soprattutto di quelli sociali, fanno strame, ma anche per pigrizia, per isolazionismo, persino per un radicalismo acritico incapace di porsi in dialogo.
La lezione del Concilio ha certo cambiato le cose, nelle strutture ecclesiali e nei singoli fedeli. Ma quella tentazione a chiudersi nel particolare, a concentrarsi sul culto, a ritenere il pubblico e la politica dimensioni estranee alla fede, continua ciclicamente a farsi largo.
Per stare alla sola Italia, ci sono voluti decenni perchè il contributo cattolico entrasse nella costruzione di un’identità nazionale. Decenni scanditi da due guerre mondiali con nel mezzo una dittatura che ha rappresentato il punto più basso dell’esperienza politica italiana. Non è intenzione di questo articolo ripercorre la “questione romana”. Tuttavia a un secolo e mezzo di distanza, alcune somiglianze appaiono evidenti. C’è da chiedersi, se di nuovo oggi il ritiro dei cattolici dalla politica non contribuisca al rititiro dalla vita italiana di quella che il Papa chiama politica buona, quella che consente alle persone, al cosiddetto Paese reale, di incontrare le istituzioni e dare loro un senso di servizio. Si: serve questa politica, servono anticorpi sani in questo tempo che Papa Francesco definisce della tristezza individualista.
* Parte di questo editoriale è contentuta in un articolo di Pierluigi Natalia pubblicato sul numero di gennaio 2019 del mensile della Conferenza Episcopale Italiana, “Popoli e Missione”, diretto da Giulio Albanese.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
