Questo giornale e la sua direzione hanno taciuto in queste settimane sulla crisi sanitaria mondiale e sulle diverse emergenze, economiche e soprattutto sociali, che l’accompagnano da un anno e che appaiono ancora lontane dall’avviarsi a una soluzione.

Lo hanno fatto nella consapevolezza che nelle sue possibilità non c’è quella di una cronaca minuta e continua degli avvenimenti né il compito di ricercare gli strumenti pratici per contenere e risolvere questa tragedia, stavolta davvero epocale, per usare una parola troppo stesso abusata.

Ora prova sommessamente a dire qualcosa che vada oltre un’elencazione dei problemi o anche l’amara valutazione dei comportamenti, in molti Paesi compresa l’Italia, di quelle che si suole chiamare classi dirigenti. Dirigere, cioè guidare. E troppo stesso questo richiama il monito evangelico sui ciechi che guidano altri ciechi. Persino nelle definizioni c’è una cecità che l’uso della lingua inglese nasconde a quanti con le sfumature di tale lingua non abbiano dimestichezza.

Il primo esempio ci viene dalla scelta di usare un termine o un altro per definire la misura più importante, insieme con le vaccinazioni, individuata in questa crisi. L’Unione europea, con una scelta che finalmente prevale sui criteri monetaristici e sul primato delle pseudo leggi finanziare di un liberismo aggressivo, di fronte a una minaccia planetario lancia un gigantesco piano di sostegno alla tenuta sociale e di profondo cambiamento dei criteri di sviluppo, di produzione e di consumo. E lo chiama next generation (prossima generazione). Qui in Italia si usa, praticamente sempre, recovery plain (piano di recupero). Chi scrive crede che le parole abbiano un senso e un valore non solo semantico, ma di concreta espressione e indirizzo del pensiero. C’è una differenza profonda, quella che passa tra il guardare al futuro e invocare acriticamente il passato, tra la scommessa sull’uomo e l’arroccamento, talora incosciente, più spesso egoistico, su posizioni già sperimentate e dimostrate fallimentari dalla storia di questi anni.

Il secondo esempio ci viene dalla sanità. I piani di vaccinazioni variano da Stato a Stato e già si dimostrano pesantemente condizionati dai termini di produzione dei vaccini e soprattutto della loro consegna, con ritardi già verificatisi, che aldillà delle motivazioni addotte mostrano l’impronta di un peccato originale, quello di aver affidato ormai da decenni la ricerca scientifica a strutture in schiacciante maggioranza private, con una contrazione immane e colpevole del sostegno alla sanità, all’istruzione universitaria e alla ricerca appunto pubblica. Un peccato originale che traspare anche da inqualificabili proposte di destinazione dei vaccini stessi, tipo quella avanzata da una amministratrice regionale italiana, poi malamente anche se subito smentita, di stabilirne la destinazione non solo sulla base della popolazione, ma sul reddito della medesima, in pratica di privilegiare chi ha più soldi o anche ne produce di più. E ben più grave di una simile miseria di pensiero è l’insana competizione tra Stati ad accaparrarsi dosi di vaccino senza tener conto della necessità di una risposta globale e coordinata. Tanto più significativa appare la scelta della Santa Sede – in senso valoriale se non purtroppo in quello dei grandi numeri che in proprio non può raggiungere – di occuparsi a Roma della vaccinazione dei dimenticati, degli esclusi, di quelli che Papa Francesco chiama gli scartati.

Così come sul piano della risposta solidale alle accresciute difficoltà economiche va sottolineato lo sforzo moltiplicato dall’associazionismo, soprattutto cattolico, e dalle strutture ecclesiali, a partire dalla Caritas. E anche qui l’episodio evangelico dell’obolo della vedova ci aiuta a ricordare che la carità, l’amore non si misura in termini di dividenti delle multinazionali.

Ripeto: le parole hanno un senso. Così come la politica – quella vera – ha delle priorità. La tutela della salute è un diritto umano (e per inciso in Italia un principio costituzionale). Così come Il lavoro non è una “variabile” del mercato, un costo di produzione, ma un diritto (e per inciso in Italia è il fondamento della Costituzione repubblicana) non la ricchezza.

All’attuale governo italiano va dato atto di aver tenuto in questi mesi sotto questo aspetto la barra dritta, almeno nei principi, se non del tutto nell’efficienza, sia con i cosiddetti ristori ai lavoratori autonomi e alle piccole imprese, sia con la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti per i lavoratori dipendenti, sia con il sostegno al reddito delle persone in maggiore difficoltà. Anche questo rende a molti incomprensibile la crisi parlamentare in cui non solo il governo, ma il Paese è stato gettato in questi giorni. Incomprensibile al punto da autorizzare il sospetto che alla sua origine ci siano sotterranei contrasti per assicurarsi la gestione degli annunciati fondi europei con criteri appunto di “recovery”, in questo caso di recupero di vecchie abitudini di sfruttamento rapace di pochi delle tragedie dei più.

Questo per quanto riguarda l’Italia. Ma una testata che si definisce cattolica, per quanto piccola essa sia, non può esimersi dal ricordare sempre che cattolico significa universale. E dunque chi scrive rivendica il dovere, prima ancora che il diritto, di ammonire che questa pandemia non sarà sconfitta senza una netta inversione di tendenza delle politiche mondiali, senza contrastare con efficacia le immani discriminazioni del mondo. Vaccinare l’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti che con Biden sembrano intenzionati a recuperare il tempo perduto con Trump nella lotta al Covid-19, l’Occidente in genere, la Russia, la Cina, non fermerà il contagio, né scongiurerà nuove epidemie o mutazioni incontrollabili di questo virus, se da questo sforzo sarà escluso, ancora una volta, il sud devastato del mondo.

 

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