È uscita quest’anno, per le Edizioni Ares, una raccolta delle lettere di Giancarlo Chiti, curata da P. Rinaldo Cordovani (ofm capp), intitolata, appunto: “Lettere dalla prigionia (1945)”.
Ho scoperto in quelle pagine una persona diversa da quella che avevo incontrato, od almeno un aspetto inedito. Sono scritte in un contesto drammatico, nella situazione caotica di un popolo appena sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, con gli eserciti di ogni genere che avevano fatto campo di battaglia di tutto il paese, esacerbato da una guerra civile fratricida che ancora ribolliva negli animi. Scritte da un valoroso e generoso “soldato” ingiustamente imprigionato, nella snervante attesa della riabilitazione. Da quelle pagine invece dell’angoscia, legittima per una situazione drammatica, per di più ingiusta, invece dell’angoscia traspare una serenità alimentata da una Fede incrollabile. Gianfranco Chiti viveva su un piano superiore ai suoi simili.
La prima volta che lo vidi veniva a visitare il Convento dell’Eremo Sant’ Antonio alla Palanzana, restaurato dalla Professoressa Tommasina Alfieri che vi aveva fondato una comunità maschile. Era allora Comandante della Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo: una leggenda per i militari ed i cittadini di quella piccola città. Basti dire che l’incontro all’Eremo avveniva di ritorno dall’Ospedale dove si recava abitualmente a visitare i propri “Allievi” infermi. Il suo Autista-Attendente aveva ancora nella borsa cioccolate e regalini avanzati dalla visita, come se fosse un padre per i propri figli. Ma ciò che mi rimase ancora più impresso, ed al momento inspiegabile, non conoscendo la sua segreta vocazione, fu la frase che disse nell’entrare all’Eremo: che ogni mattina dalla Caserma gettava uno sguardo al Convento dei “nostri “ Padri Cappuccini. L’Eremo e la Caserma sono posti su due crinali dirimpettai del Monte Palanzana e l’Eremo è stato uno dei primi conventi della riforma Cappuccina.
In quello stesso periodo, per ordine della Professoressa Alfieri, mi recai con altri due colleghi, a valutare i resti dell’antico Convento Cappuccino di Orvieto, o meglio: i ruderi dell’ex Convento. L’unica parte agibile erano i resti della Chiesa, dove il degrado generale contrastava con il fiammante sacello marmoreo di un defunto “Urbani”. Ma ancora più inquietante era, al centro della chiesa, un cerchio di cenere caratteristico di riti satanici.
Tornai al Convento di Orvieto, dopo il recupero, davvero incredibile, operato da Gianfranco Chiti Cappuccino, più di una volta, stentando a credere la trasformazione avvenuta nella costruzione e nel costruttore. Il Padre Chiti era uscito di nuovo da un campo di prigionia, era uscito dalla prigionia di un ammirevole amor Patrio alle sconfinate libertà dell’Amor Divino
Mi spiace aver parlato poco di questa raccolta, di per sé avvincente, di uno spaccato della nostra storia e della storia di un’anima forte, ma tanto dovevo al Generale Chiti, o meglio: al Padre Gianfranco.

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
