La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana.
Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile, per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.
Come già domenica scorsa ed ancora perqualche tempo, l’abituale commento affidato a don Emanuele Germani, parroco dei santi Valentino e Ilario Martiri, a Viterbo, e responsabile dell’ufficio stampa diocesano, è sospeso per esigenze del sacerdote.
Sosta e Ripresa supplisce a questa assenza forzata proponendo anche questo 12 luglio 2020, XV Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, una riflessione sul brano del Vangelo di Matteo (Mt 13, 1-23) fatta molti anni fa dal cardinale Lorenzo Antonetti.

Di questo principe della Chiesa, come si diceva una volta, Sosta e Ripresa non aveva avuto modo, finora, di raccontare qualcosa. Lo fa ora, dopo aver riportato il suo pensiero sulla liturgia di oggi, riproponendo nelle rubriche Chiesa e Società e Personaggi un suo breve ritratto scritto diversi anni fa, sei mesi dopo la sua morte, il 10 aprile 2013, dal direttore responsabile Pierluigi Natalia.
Il Vangelo di questa domenica è il passo celebre del seminatore, e del terreno diverso nel quale il seme può cadere. Antonetti aveva questa parabola particolarmente cara. In una sua omelia sostenne che il seminatore per eccellenza è ovviamente Gesù, ma che è compito di ogni cristiano, a partire da quanti sono ministri ordinati, ma non solo, collaborare a questa semina. «Questo significa non solo diffondere la parola di Dio, ma anche impegnarsi affinché aumenti il più possibile la dimensione del terreno fertile», disse in un’omelia. Perché, aggiunse, «a definire l’identità cattolica non basta la fede, ma occorrono le opere», in quella che ad alcuni potrebbe sembrare una riproposizione di una secolare disputa confessione tra le Chiese cristiane d’Occidente, ma che per lui era soprattutto un’attenzione costante alla quotidianità.
«Il cattolico si sa destinato ad abitare l’eternità, ma vive nella storia, è seminato nelle vicende del mondo, e nel mondo deve dare frutti. Tutti noi siamo terreno soffocato da spine, pieno di pietre d’inciampo, ma siano anche portatori di quei semi. È allora nostro compito fare in modo che non vadano perduti. È nostro compito dissodare il terreno, il nostro prima di tutto e poi quello dei fratelli tra i quali il Signore ci invia», sottolineò il porporato. Del resto, «questa parabola è l’unica riportata dai tre Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) insieme alla spiegazione che ne dà Gesù. Sembrebbe quindi tutto facile, all’apparenza non sarebbero necessarie riflessioni ulteriori». Ma non è così: «se identifichiamo, come è giusto, il seminatore con Gesù stesso, non lo possiamo ritenere il più sprovveduto dei contadini, uno che getta a caso la semenza della sua Parola. Sforziamoci dunque di farci convertire da questo Vangelo, di comprenderne la prospettiva salvifica. Perchè questo ci dice il Signore: la sua Parola è buona e dà speranza a ogni terreno. Ciascuno di noi può contribuire a realizzare questa speranza, a rendere buono il terreno che ha dentro e quelli che attraversa. Quello di questa parabola sembra quasi un cammino di sconfitte, ma è invece un cammino di impegno certo faticoso, ma di altrettanto certa ricompensa».
Buona domenica a tutti.
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