La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile, per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.
In questo 1° novembre 2020, la solennità di Tutti i Santi cade di domenica ed ha liturgia propria, che prevale su quella che sarebbe stata proposta nella XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A, con la continuazione dei passi del Vangelo di Matteo – in questo caso all’inizio del capitolo 23) nei quali Gesù ci indica di guardarci da quanti, pur investiti di conoscenza della parola di Dio e in qualche modo di autorità, ne fanno un uso privo di senso perché privo d’amore, fatto di egoismo e vanagloria.
Per riflettere sul significato della liturgia della Parola che la Chiesa ci offre in questo primo giorno di novembre, continuiamo ad affidarci alla sapienza pastorale che emerge dalle omelie del cardinale Lorenzo Antonetti, pronunciate più o meno un quarto di secolo fa, ma che sorprendono ancora oggi per la loro attualità, che potrebbe apparire sorprendente, se non fosse palese la visione profonda di quel porporato sulla realtà sociale e religiosa di questo tempo di passaggio dal secondo al terzo millennio dell’era cristiana.
«Celebriamo oggi la solennità di Ognissanti e domani la commemorazione dei defunti. La stretta vicinanza di queste due festività – disse il cardinale – fu stabilita dalla Chiesa quasi sette secoli fa (era il 1313, n.d.r.) dopo che era da altri tre secoli consuetudine in alcune comunità monastiche. Non è un accostamento casuale.
La commemorazione dei defunti si lega alla dottrina del purgatorio, consolidatasi proprio intormo all’anno Mille e che, sia pure per molto tempo espressa con immagini infantili, cioè come se il purgatorio fosse una specie di inferno a termine, testimonia di un’imperitura speranza di salvezza. La dottrina ci insegna che esiste una Chiesa trionfante, quella già nella gloria di Dio, una Chiesa purgante che l’attende, una Chiesa militante, che siamo noi oggi, che quella gloria crede e che è chiamata a testimoniare questa fede con le opere. E sono tra loro in comunione. Questo testimonia la devozione per i santi, questo esprime la preghiera di indulgenza per i defunti, questo ci chiama ad improntare il nostro essere nel mondo, la nostra esperienza quotidiana.
La partecipazione ai sacramenti ci dà una grazia di stato, nutre la nostra fede. Ma la fede non è una generica condizione del pensiero o del sentimento, non basta a se stessa. Esige comportamenti coerenti, esige appunto le opere».
«Le letture di oggi ci mostrano quella triplice realtà – continuò il porporato -. La prima è il brano dell’Apocalisse (Ap 7, 2-4. 9-14) che ci mostra una visione dei santi, con un numero simbolico di centoquarantaquattromila, cioè dodici per dodici per mille, che sta a significare innumerevoli, anche se qualche setta strana sostiene che vada preso alla lettera. Una visione che ci rassicura su quanto grande sia la misercodia di Dio. Su questa misericordia da sempre creduta dalla Chiesa ci ammaestra bene l’enciclica Dives in misericorda del Santo Padre (Giovanni Paolo II, 1980), che dopo alcuni anni dalla sua promulgazione mostra in questi nostri giorni la fondatezza del monito che pone fin dal suo inizio: “La situazione del mondo contemporaneo manifesta non soltanto trasformazioni tali da far sperare in un futuro migliore dell’uomo sulla terra, ma rivela pure molteplici minacce che oltrepassano di molto quelle finora conosciute” (Dives in misericordia, capitolo 1, paragrafo 2). Se nel 1980 queste parole potevano sembrare riferite soprattutto alla minaccia nucleare, oggi sappiamo che non è l’unica. Lo vediamo in quella che si è voluto raccontare come una vittoria della democrazia sul totalitarismo e che vediamo sempre più trasformarsi in uno strapotere del denaro di pochi contro i bisogni di molti, in immense discriminazioni che si sono accresciute tra i popoli e all’interno dei popoli, nelle guerre e nei conflitti civili più o meno dichiarati che proliferano in ogni continente, persino nella nostra Europa che ne era stata risparmiata per decenni.
Guerre e violenze i cui promotori sfruttano persino un’idea perversa delle religioni per cementare fragili identità di masse alle quali additare un nemico, da usare come pedine della propria cupidigia di denaro e di potere».
«Sì, ci sono scenari foschi nei nostri orizzonti di oggi e forse del prossimo futuro. Ma la Parola di Dio nutre la nostra speranza, ci insegna a guardare la luce che pure è presente nel mondo – disse però il porporato -, il bene che esiste, l’amore che vince ogni giorno tante difficoltà. E questa speranza si fa certezza in quanti ci hanno preceduto nell’eternità, come quei morti, quei nostri morti che già sanno di essere destinati alla gioia perenne. Ma anche di chi ancora è pellegrino nella vita terrena, nel tempo della storia, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura tratta dalla prima lettera di san Giovanni (1Gv 3, 1-3). Sì, la meta promessa è chiara, nell’eternità, ma anche nel nostro essere Chiesa oggi, ora, nel tempo che ci è dato sulla Terra. E chiare sonole regole delle stadre da percorrere. Ce le indica il Vangelo di oggi (Mt 5,1-12a), il Vangelo, la buona notizia delle beatitudini, quello che è stato definito con ardita sintesi il manifesto programmatico del cristianesimo (…) Voglio aggiungere solo una considerazione che non è, credetemi, un esercizio sintattico, ma una chiave di lettura che può insegnarci il modo di essere cristiani, il modo per veder realizzate la promesse del Signore a quanti sono nel dolore, nel pianto, ai miti, a quanti hanno fame e sete di giustizia, ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli operatori di pace, ai perseguitati.
Il premio, la promessa è espressa sempre con verbi al futuro, un futuro che possiamo costruire nella storia o che ci apetta nell’eternità. Ce ne è solo uno al presente: dei poveri è il Regno di Dio. Perchè il regno di Dio non è il paradiso, non è oltre la vita mortale. È qui, ora, sempre e da sempre. E appartiene ai poveri. Abbraccia tutti la misricordia di Dio, ma per i poveri è l’abbraccio più forte e amorevole. Se faremo altrettanto quando Dio ci chiamerà vedremo realizzato per noi quanto ci ha detto oggi san Giovanni: “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. C’è un buon modo per allenarci a veder compita questa promessa, appagata questa speranza: il Dio che si è incarnato possiamo imparare a riconoscerlo nei poveri,».
Buona domenica a tutti


