Dio

“Io sono il Signore Dio tuo” (Dt 5,6a)

Il padre Mariano da Torino riusciva a spiegare l’esistenza di Dio con grande semplicità e chiarezza: “Il credo dell’ateo (poiché anche lui ne ha uno) suona molto strano: credo in tutto ciò che è irragionevole: nell’orologio senza orologiaio, nel quadro senza pittore, nel figlio senza padre”. In realtà la ragione   stessa ci avverte che occorre che ci sia una causa per ogni realtà che esiste”.

In verità ci vogliono più arzigogoli per tentare di negare Dio che per        affermarlo. Dio è “il Tutto” della vita, l’assoluto, l’indispensabile; è l’unico punto    di riferimento, l’unico metro di misura di ogni realtà animata e inanimata; lui è il centro, il fulcro, il cuore di ogni cosa. Si parte da Dio per tornare sempre e soltanto a Dio.

Nel libro del Qoèlet si legge un’affermazione che, secondo i biblisti moderni, costituisce il centro di tutta l’opera: “Dio ha messo l’infinito nel cuore degli uomini, senza che possano capire l’opera che egli ha compiuto (in loro) (Qo 3,11). L’uomo ha esigenze interiori infinite ed è circondato da ogni parte da realtà finite, che non sono in grado di rispondere alle sue aspirazioni. Di qui l’insopprimibile anelito vero l’infinito.

Giustamente il “Catechismo della Chiesa Cattolica” insegna che “il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa” (CCC, 27). “La ragione più alta della dignità dell’uomo – aggiunge il Concilio – consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio” (GSp, 19).

Lo conferma anche sant’Agostino aprendo le sue “Confessioni”: “Ci hai fatti per te, o Signore, ed è inquieto il nostro cuore finché non riposa in te”. Si il richiamo dell’Assoluto è inscritto nel più profondo del cuore dell’uomo. Già l’autore del salmo 42-43 aprendosi con l’immagine della cerva assetata, “lascia intravedere un’ansia vitale, Dio è sentito e ansiosamente cercato come l’assetato cerca l’acqua: “ha sete di Dio”:

“Come la cerva anela ai corsi d’acqua,

così l’anima mia anela a te, o Dio.

L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42-43, 2-3).

Gli oranti ispirati della Bibbia avvertono in modo bruciante di continuo l’anelito al divino: “Solo in Dio riposa l’anima mia; / lui solo è mia rupe e mia salvezza, / mia roccia di difesa: non potrò vacillare” (Sal 61, 1-3); “in pace mi corico e subito mi addormento, / perché tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare” (Sal 4, 9).

L’uomo ha sete ed “è sete di Dio”. In tutta la sua vita dall’alba al tramonto dall’infanzia fino a tarda età è sospinto in modo irresistibile a cercare sempre oltre: oltre il breve orizzonte, oltre ciò che ha già scoperto e conquistato, oltre le aspirazioni contingenti.

Quindi l’uomo può essere definito essenzialmente come un inquieto cercatore permanente di Dio. E’ preso dall’ansia a cercare oltre e spesso fatica non poco a trovare risposte alle domande più profonde del suo cuore; cerca risposte all’inestinguibile sete di felicità, all’immensa aspirazione all’amore potente e irradiante, all’amore che vince la morte.

“La terra offre all’uomo tutto il necessario per la vita del corpo – scrive il padre Gabriele Adani -, ma non gli offre ciò che lo può fare felice. Ogni bene terreno lascia insoddisfatti, porta il germe dell’insufficienza e non soddisfa la sete e la fame di vera felicità e di vita dell’uomo”.

Dio infinito e trascendente non potrà mai essere raggiunto e posseduto in modo esauriente dall’uomo. E proprio di qui si ha il suo perenne slancio di ricerca di conoscenza di esperienza. Ed è per questo che sant’Agostino si rivolge a Dio con una struggente invocazione: “Signore mio Dio, unica mia speranza, fa’ che stanco non smetta di cercarti, ma cerchi il tuo volto sempre con ardore”.

Il bisogno dell’uomo di intrecciare un dialogo con Dio riveste carattere di necessità. Non può fare a meno di Dio. In modo squisitamente plastico, il santo Curato d’Ars, ci conferma la necessità della ricerca di Dio da parte dell’uomo: “Il pesce cerca forse l’albero? No! Si lancia nell’acqua. L’uccello sta forse in terra? No! Si libra nell’aria. E l’uomo? L’uomo è creato per amore e sarà inquieto finché non trova Dio”.

Sussiste dunque il serio e affascinante impegno di dare un senso e un fine al nostro peregrinare nella ricerca: il felice approdo è nel riposo tra le braccia del Padre. Dio onnisciente e onnipotente si rivela quando, dove e come vuole e, al dire scherzoso del noto scrittore russo Lev Tolstoj, “egli esiste ma non ha nessuna fretta di farlo sapere”.

Certo, anche il cercare Dio è una grazia, un dono che bisogna saper meritare in modo sempre nuovo. Sant’Anselmo lo conferma con la sua preghiera rivolta al Signore stesso: “Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco, però non posso cercarti se tu non m’insegni né trovarti se tu non ti mostri”. Egli è nella coscienza di ogni uomo che si dibatte tra le miserie della vita e le grandezze dello spirito alle quali anela.

La straordinaria consolante certezza è che Dio non può morire nel cuore dell’uomo. Egli dorme accantonato o ignorato, ma è sempre tanto vivo; basta un lieve risveglio e subito si rivela in modo nuovo, amabile e tenero. Ma vuole essere l’unico nostro Dio e ci ricorda di continuo l’imperativo assoluto delle “Dieci parole”: “non avrai altri dei di fronte a me”.

Un secolo fa il filosofo ed economista Carlo Marx (1818-1883) puntando tutto sull’ateismo e sul materialismo, credeva di far scomparire il bisogno di Dio nel cuore dell’uomo. “Ma Dio – come ribadiva lo scrittore e drammaturgo Graham Green (1904-1991) – non cessa di esistere quando gli uomini cessano di credere in lui”. Dio non muore e non può morire, e non morirà, nonostante gli attacchi di ieri, di oggi e di domani.

Il noto teologo Juan Arìas nel suo libro Il Dio in cui non credo ha una pagina che è in perfetta sintonia con questa nostra riflessione. Scrive testualmente:

“Il mio Dio è  Colui in cui credo senza vederlo, che amo senza toccarlo,

in cui spero senza sentirlo e che possiedo senza meritarlo.

Il mio Dio è   Intimo e trascendente, dolce e violento,   è eterno e nasce nel tempo.

Il mio Dio è meraviglioso, ineffabile, unico”.

Mi sembra sia giusto trascrivere qui il ben comprensibile sfogo del noto scrittore franco-americano Antoine de Saint-Exupery espresso in un momento di rabbia impotente: “Io odio con tutte le mie forze il mio tempo. L’uomo muore di sete. C’è un solo problema, uno solo: restituire agli uomini un significato spirituale, un’inquietudine spirituale. Non si può vivere all’infinito di frigoriferi, di politica, di bilanci, di parole crociate. Non è possibile!”.

Gli idoli

“Non avrai altri dei di fronte a me” (Dt 5, 7a)

Il testo ebraico traduce letteralmente: “Non avrai altri dei davanti alla mia faccia (‘al panài). La TOB (la traduzione ecumenica della Bibbia) rende il testo così: “Tu n’auras d’autres dieux face a moi”. Nel catechismo di san Pio X° leggiamo: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori di me”.

Nelle culture orientali antiche imperava il politeismo, l’idolatria. E questa è stata anche la grande e continua tentazione d’Israele: riservare un posto privilegiato al Dio dei nostri padri, ma lasciare anche qualche spazio e qualche considerazione ad altri dei.

Gli autori ispirati (soprattutto i profeti e i salmisti) non perdono occasione per scagliarsi con santo zelo contro gli idoli falsi e ingannevoli. Lutero designava gli idoli con un’espressione latina come simiae Dei, cioè come scimmie o scimmiottature di Dio. Riferiamo alcuni versetti del salmo 115:

“Gli idoli delle genti sono argento             e oro, opera delle mani dell’uomo.      Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono.  Hanno orecchie non odono, hanno narici e non odorano.

Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida” (Sal 115, 4-5).

L’idolatria viene sottolineata con acuta introspezione anche dal profeta Geremia quando si rivolge al popolo di Dio che con insana caparbietà ha scelto gli idoli invece di Dio: “Da sempre hai spezzato il tuo giogo e hai lacerato i tuoi legami e dici: “Non voglio servirti!” (Ger 2,20). “Due cose sono ben radicate in me – scrive Romano Guardini -: l’impotenza al bene e la potenza formidabile del male”.

E purtroppo avviene che escludendo Dio dalla propria vita si incappa nell’idolatria, perché l’uomo non può restare senza tensione interiore, senza slanci spirituali: al posto di Dio subentrano idoli, pochi o molti, non fa la differenza.

E questi non stanno cheti in un angolo del cuore. No! Reclamano invece attenzione, tempo e incenso…! Pretendono ascolto e umile e pronto servizio. Gli idoli con i loro tentacoli avviluppano il cuore dell’uomo e lo rendono schiavo triste e smarrito.

Ed è ancora Geremia che lo conferma: “Essi dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a una pietra: Tu sei mia madre. Si!  Hanno voltato verso di me le spalle e non la faccia” (Ger 2,27); “hanno seguito vanità   e son diventati essi stessi vanità” (Ger 2,5).

L’idolatria spinge all’adorazione di qualche “vitello d’oro” al posto del vero e unico Dio. L’idolo è l’oggetto o la persona che nel cuore dell’uomo ha preso il posto di Dio. Ma gli idoli sono “vani”, inconsistenti, incapaci di sostenere nelle fatiche della vita e di rispondere alle reali esigenze dell’uomo.

Si preferisce lasciar crescere la stoltezza dell’indifferenza. Eppure nessun interrogativo è così esistenziale e concreto come quello che tocca la sfera intima della vita: lo spirito, il cuore! L’idolo è un dio assente, è un dio privo di Dio.

Il “vitello d’oro” è il simbolo prepotente di una umanità massificata – scrive con una punta di amarezza don Giancarlo Setti -, che rinuncia ad esprimere una ricchezza contenuta nel cuore dei singoli individui che non sanno più essere sé stessi e che si unificano in queste adorazioni o incensazioni comunitarie, al di fuori dell’unica sostanziale, quella di Dio”.

Gli idoli si chiamano: potere, successo, prestigio, denaro, avidità, sesso, bellezza,    droga..; lentamente si collocano alla guida della nostra esistenza, ci dominano, gestiscono ogni momento della nostra giornata e diventano l’unico e supremo fine della nostra vita.

Nell’incontro internazionale dei catechisti, il 29 settembre 2013, papa Francesco ha affermato con estrema franchezza che “colui che adora gli idoli perde il suo volto, l’immagine e la somiglianza con Dio e finisce per apparire come se fosse fatto a immagine e somiglianza delle cose, degli idoli”.

E nell’udienza generale del mercoledì, 11 gennaio di quest’anno, il Santo Padre ha precisato: “A volte cerchiamo le sicurezze in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo appunto che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero”.

“Dove scompare Dio – afferma il papa emerito Benedetto XVI – l’uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l’uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano”.

Il rifiuto di Dio porta l’uomo a rompere il cordone ombelicale che lega la creatura al Creatore, come garanzia di vita. Si può dire che l’uomo è quel che è la sua relazione con Dio. E’ appunto questa relazione che, unica, dà la vera identità dell’uomo. Per cui il peccato del rifiuto di Dio produce un profondo dissesto nell’uomo: in tutte le dimensioni del suo essere, fisico e spirito.

E così tristemente avviene che colui che sognava di diventare come Dio, si ritrova ad essere scompaginato nel profondo di se stesso e “deglorificato nel suo essere” come afferma il teologo ebraista tedesco Franz Delitzsch (1813-1890). E ciò perché “ha abbandonato la sorgente d’acqua viva – chiosa Geremia – per scavarsi cisterne, cisterne screpolate incapaci di contenere acqua” (Ger 2,13).

Volendo liberarsi da Dio, l’uomo si fa dio e si aliena da se stesso e altera profondamente un quadruplice rapporto: con Dio, col prossimo, con il creato e con sé stesso. Non esiste peccato inoffensivo, che non danneggia nulla e nessuno. E’ vero il contrario: ogni peccato si ripercuote su tutto e su tutti.

“Se mi elevo – sentenziava saggiamente il grande Leonardo da Vinci -, porto con me il mondo intero; se mi abbasso trascino tutto il mondo in rovina. Come un sasso gettato nell’acqua: il suo colpo si ripercuote in tutte le dimensioni”.

E l’uomo, dopo il peccato, si ritrova smarrito, senza una giusta rotta da seguire e senza un sostegno; esperimenta l’amara realtà della destrutturazione personale, in un profondo squilibrio interiore. Egli “è debole e peccatore – precisa il decreto conciliare Gaudium et spes -, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe. Per cui soffre in sé stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società” (GS, 10).

Gli idoli deludono sempre. Dio mai! Il noto filosofo e psicologo tedesco Erich Fromm (1900-1980), nella sua opera Sarete come dei offre serie indicazioni: “L’uomo trasferisce le sue passioni e qualità nell’idolo. Più egli si svuota, più l’idolo si ingrandisce e si fortifica. L’idolo è la forma alienata dell’esperienza dell’uomo di sé stesso. Adorandolo, l’uomo si adora…L’idolo è una cosa e non ha vita. Dio al contrario è un Dio vivente”.

E’ una vera scelta dissennata dare spazio agli idoli nel proprio cuore perché, come insegna il salmista, la verità è che “sono un soffio i figli di Adamo, /una menzogna tutti gli uomini, / insieme sulla bilancia, sono meno di un soffio. /Non confidate sulla violenza, / non idolatrate la rapina, /alla ricchezza anche se abbonda, / non attaccate il cuore” (Sal 62, 10-11).

 

 

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