La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica. Continuiamo a farlo anche questa settimana seguendo un percorso di riflessione aiutato dalle omelie pronunciate più o meno un quarto di secolo fa dal cardinale Lorenzo Antonetti.

Cardinale Lorenzo Antonetti
Cardinale Lorenzo Antonetti

Lo facciamo anche perchè chi questo giornale dirige lo ritiene un modo  per supplire, almeno in minima parte, al fatto che all’epoca non si riuscì a realizzare il progetto di raccoglierle tutte e pubblicarle e che quindi oggi quasi nessuno può aggiungersi al numero di quanti le ascoltarono e ne furono arricchiti. Ma lo facciamo soprattutto perché persuasi che il tempo non abbia tolto nulla all’utilità di confrontarsi anche nella vicenda di oggi con la capacità di questo porporato di dare delle indicazioni di senso alla nostra quotidianità. E crediamo che cià possa aiutarci anche in questo  25 ottobre 2020, XXX Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A.

«La liturgia della Paola che la Chiesa propone ogni giorno  – disse il cardinale Antonetti – è un aiuto prezioso alla nostra vita. Sempre e più ancora nella domenica, il giorno del Signore che ci vede radunati per nutrirci insieme, come comunità, dell’Eucarestia che di fita è fonte. La riflessione sulla parola di Dio non è e non deve essere considerata una prerogativa del sacerdozio ordinato. Ci sono laici, anche tra voi, capaci di un servizio prezioso ai fratelli anche attraverso quella che chiamiamo lectio divina. Ma questa non coincide con l’omelia del sacerdote durante la Messa. L’omelia è infatti parte, non indispensabile ma comunque rilevante della Messa stessa, che il sacerdote celebra con voi e per voi. È un servizio del sacerdote che tra poco consacrerà il pane e il vino nel compito principale al quale lo ha destinato il Signore con il sacramento dell’ordine. A questo compito è chiamato ad assolvere non solo con l’esegesi dei testi, ma con lo spirito di carità che deve spingerlo a inquadrare la Parola nella vita quotidiana della comunità». 

«In questa domenica – riprese il celebrante – il Vangelo (Mt 22, 34-40) è quello del comandamento dell’amore, amare Dio e amare il prossimo, che insieme sono il comandamento più grande. Come vi avevo detto nelle scorse settimane, il contesto è quello nel lungo confronto tra Gesù i leader religiosi e politici dell’epoca, quelli che l’evangelista ha chiamato sacerdoti e anziani del popolo. Stavolta, in particolare, i suoi interlocutori sono i farisei. Dobbiamo capirci: i farisei erano intellettuali, giuristi, spesso di profonda preparazione nello studio della legge che ne faceva appunto dei capi del popolo. I sadducei che Gesù aveva confutato prima era appunto coloro tra i quali venivano scelti i sacerdoti. Molte cose dette sui farisei nel Vangelo, ma non tutte, hanno portato a identificare il loro nome con l’ipocrisia. Ma non si tratta di un giudizio totalizzante. Nel riferire dello stesso episodio che oggi abbiamo ascoltato in Matteo, il Vangelo di Marco ci dice  che Gesù stesso giudica il dottore della legge che lo ha interrogato “non lontano dal Regno dei cieli”. Lo stesso san Paolo, l’apostolo delle genti, era un fariseo e rivendica di esserlo anche dopo aver scelto la sequela di Cristo».

«Qual è allora il punto? – continuò il cardinale – Da cosa il Vangelo ci invita a guardarci. Il punto è di restare ancorati alla sostanza dell’amore, di non affidarsi alla sola precettistica. I farisei facevano proprio questo, il loro studio della Legge mosaica si traduceva in nell’indicazione di centinaia di precetti da seguire rigidamente e di fatto spesso in aperto contrasto con il comandamento dell’amore. Si pensi all’accusa fatta a Gesù di violare la Legge mosaica perché guarisce un malato di sabato, giorno in cui la Legge vieta di lavorare. Si pensi al sacerdote e al levitadella parabola del samaritano, che per non contaminarsi con il sangue, come prescrive la legge prima di accostarsi al Tempio, lasciano un disgraziato ferito sulla strada. Ma pensiamo anche alle nostre società. Pensiamo alle leggi che si spesso applicano – e spesso si scrivono – solo contro i più deboli. Non si può amare Dio senza amare il prossimo, il comandamento dell’amore non è scindibile. Gesù non cancella la Legge mosaica, ne spiega e ne completa il senso. Ce ne offre una prova la prima lettura di oggi tratta dal libro dell’Esodo (Es 22, 20-26), l’accusa di molestare lo straniero, di maltrattare la vedova e l’orfano, di praticare l’usura, di togliere al povero l’essenziale. Pensiamo a come le nostre società opulente reagiscono e legiferaro  riguardo a profughi e migranti, di come alle famiglie in difficoltà si faccia appena una carità pelosa e troppo stesso insufficiente, si pensi a un sistema bancario finanziaro che carica di  oneri pesanti quanti hanno bisogno di un prestito per vivere e superare un momento di difficoltà e che magari non li concede loro se non hanno qualcosa da dare in pegno, in garanzia, mentre sperpera  denaro, spesso pubblico e comunque dei risparmiatori, per darne senza controllo ai ricchi e ai potenti. Pensiamo a cosa significa oggi per noi quel “perire per spada” che abbiamo ascoltato. Pensiamo alle diseguaglianze e alle discriminazioni nei rapporti tra le nazioni che sono la prima e principale causa delle guerre, e in quelli al loro interno, anche della nostra, che si traducono troppo spesso in violenza. Ma pensiamo soprattutto che la Parola ci indica strade di rispetto e di amore. Perché anche attraverso di noi ognuno riconosca la promessa del Signore di ascoltare il grido degli oppressi, ci riconosca figli e testimoni del Dio pietoso».

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