Nella ritrovata serenità del piccolo nido di Bethlem la sacra famiglia riprende il suo ritmo quotidiano fatto di semplici ed umili cose: Giuseppe il pesante lavoro di carpentiere, Maria la cura della casa e dei suoi due uomini, i lavori domestici e l’istruzione del bambino, dai bisogni più elementari all’uso della parola ai primi passi, c’è anche il tempo per riflettere. Specialmente Maria, anche se abbandonata alla volontà divina, si sarà domandata come e quando si dovrà realizzare la missione del bambino e quale dovrebbe essere il proprio ruolo in questa missione, mettendo in fila tutti gli spunti ricevuti fino ad allora confrontati con le profezie e le storie contenute nel libro sacro: la Torah.
Ma il tempo della riflessione dura poco: non passano due anni che una carovana di gente si presenta alla porta. Sono i sapienti venuti dalle regioni dove erano stati esiliati gli ebrei e dove aveva attecchito l’aspettativa di un salvatore, una figura indefinita e misteriosa, come misteriosa era quella stella apparsa inaspettatamente all’orizzonte. Da esperti astrologi questi magi si erano messi in moto per seguirne, sul terreno, il progressivo innalzarsi nella volta celeste fino al raggiungimento del suo Zenith, il punto più alto della sua traiettoria. In corrispondenza della sua proiezione sulla terra si sarebbe trovato il Re dei re. Ma all’approssimarsi dell’evento una perturbazione od una tempesta di sabbia nasconde momentaneamente l’astro studiato e seguito. Presi dall’ansia della prossimità del traguardo questi saggi commettono un ingenuo errore. Sono arrivati a Gerusalemme e si rivolgono alle autorità locali: chiedere ad un tipo come Erode dove è nato il nuovo Re non è il massimo della furbizia. A suo tempo, Secondo Macrobio, Augusto, ricevuta la notizia della morte dei figli di Erode, Alessandro e Aristobulo, da lui ben conosciuti, per mano del padre, ebbe a dire: «È meglio essere il maiale di Erode piuttosto che uno dei suoi figli» (per gli Ebrei il maiale è carne proibita).
Gli scribi, convocati dal sospettoso e sanguinario tiranno, si affrettano ad estrarre una citazione vaga e non compromettente dai libri profetici: Bethlem. Il diabolico re, istintivamente cerca di coinvolgere come informatori i sapienti venuti ad omaggiare “Il Re dei Re”. Nella notte torna alfine visibile la stella al suo Zenith: non si può sbagliare, i calcoli trigonometrici svelano una abitazione defilata splendente della luce, non astronomica, ma dell’Amore. Si rinnova l’omaggio notturno al Signore della Luce; questa volta i doni non sono ricottine e latte cagliato, ma qualcosa di più consono alla dignità del figlio di Dio (se mai potesse esistere niente di veramente degno per l’Onnipotente). Per Maria sarà stato un momento di materno orgoglio nel vedere giustamente apprezzata la reale dignità del bambino Gesù. Maria orgogliosa? Ma non è orgoglio di egoismo, bensì di condivisione della Verità. Ma non c’è tempo di compiacimenti conoscendo le inclinazioni omicide del re Erode. La notte porta consiglio ed un messaggio arriva in sogno sia ai Magi che a Giuseppe diffidati sulle reali intenzioni, ed al mattino chi fugge a destra chi a sinistra, gli uni ad oriente, da dove erano venuti, Giuseppe con la famigliola verso occidente, verso la terra-rifugio della tradizione biblica: l’Egitto. Ancora un viaggio affannoso per Maria, inseguita dalle notizie della strage compiuta da Erode, che aggiunge dolore all’ansia del pericoloso viaggio nel deserto, seguendo i percorsi più defilati, difficili e pericolosi. La tradizione artistica ha immortalato il nucleo familiare in marcia con un asinello, ma è lecito supporre che procedessero tutti a piedi, aiutandosi a vicenda nei momenti di stanchezza o di crisi: una vera marcia della disperazione come le migrazioni “bibliche” di popolazioni disperate che avvengono ciclicamente in ogni tempo e latitudine. In terra straniera la povertà della Sacra famiglia sarà stata ancora più cruda mancando anche la solidarietà della propria tribù. E poi a che serve un “falegname” in una terra povera di legname? I due giovani sposi si saranno sfiancati per crescere quel figlio prezioso: crescerlo ed istruirlo. Certo: istruirlo, perché Gesù sapeva leggere i rotoli della Torah e penetrava i misteri della Legge tanto da mettere in difficolta, ancora fanciullo, i dottori del Tempio prima di ricevere lo Spirito Santo all’inizio della sua vita pubblica.
Ma l’esilio dura poco: Erode il Grande muore ed il Messaggio richiama Giuseppe in patria e, strada facendo lo reindirizza al paese della Galilea da dove tutto era iniziato: Nazareth. Per Maria, dopo tante ansie e travagli è un tuffo nella normalità; una vita povera, ma dignitosa, nella serenità di una comunità di affetti e di intenti. Custodisce nel suo cuore la dedizione per la sua creatura, il suo Creatore, che è tutto suo, senza intervento d’uomo: suo sangue e sua carne. Tra madre e figlio c’è un cordone ombelicale immateriale che è difficile tagliare. Maria sa che dovrà essere tagliato, ma non sa quando, né come.
Una prima avvisaglia arriva, inaspettata quando il figlio è dodicenne, giusto un anno prima che per i maschi israeliti scatti la maggiore età. È un fulmine a ciel sereno: prima e dopo questo episodio del cosiddetto smarrimento di Gesù nel Tempio egli si mostra docile e “sottomesso” come tiene a precisare l’evangelista Luca. In realtà Gesù si mostra tutt’altro che smarrito: in mezzo ai dottori della Legge pone loro delle domande che li mette in difficoltà e dà loro le risposte che li meraviglia. Anche Maria e Giuseppe sono meravigliati dal comportamento risoluto del loro fanciullo anzi Maria è “angosciata” e Gesù non fa nulla per lenire quell’angoscia, anzi rimarca come la sua precedenza vada alla propria figliolanza divina. Maria non comprende ancora queste parole, però le custodisce nel suo cuore, come già faceva da quando riceveva messaggi contrastanti sul futuro suo e del figliuolo. Gesù non risparmia alla madre il brusco impatto con una realtà nuova: i legami della carne sono destinati a finire e vanno sostituiti con quelli spirituali e mistici. Nei successivi rari incontri della vita pubblica tra Maria e Gesù questa evoluzione della maternità di Maria in senso universale prende progressivamente sempre più posto nella coscienza di Maria. Già all’inizio della predicazione di Gesù, Maria è impegnata in una festa nuziale e si spende a favore della buona riuscita del banchetto degli sposi. All’invito della madre Gesù risponde in maniera molto impersonale con un:”Signora, non se ne preoccupi”, ma Maria prende decisamente le parti degli ospiti creando una forzatura col dire ai servi di mettersi a disposizione di Lui.
Ancora più esplicito è l’episodio narrato da tutti e tre gli evangelisti sinottici, quando i parenti di Gesù, temendo per la sua incolumità, vista la sua incomprensibile sfida all’ordine costituito, si fanno forti della presenza di Maria, probabilmente reticente, per cercare di dissuaderlo dal contrastare oltre la classe dirigente. La risposta di Gesù è esplicita e cristallina: stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; …”. A questo punto Maria avrà certamente maturato la consapevolezza del suo ruolo di nuova maternità verso tutti i fratelli nella fede nel suo figlio.
La investitura ufficiale, solenne e drammatica, avviene negli ultimi momenti dell’agonia di Gesù sulla croce con le parole da lui rivolte alla madre ed a Giovanni, l’unico discepolo rimasto a seguire la passione del Maestro fino alla fine: “Signora, ecco suo figlio”, poi al discepolo: «Ecco la tua madre!». Il versetto del vangelo si conclude con le parole: “E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”, frase che rispecchia la cultura maschilista dell’epoca, ma certamente sarà stata la Madonna a prendere sotto il suo manto l’ancor giovane Giovanni. E con lui tutto il collegio apostolico ed i terrorizzati discepoli che si erano asserragliati nel cenacolo.
Così gli Atti degli Apostoli testimoniano la prima comunità cristiana raccolta in preghiera intorno a Maria, con i discepoli che, in attesa della infusione dello Spirito Santo, ancora domandano se è arrivato il tempo della ricostituzione del Regno di Israele.
Maria invece è ora una donna matura negli anni e nella fede. Ha tra i 45 ed i 50 anni, che per l’epoca era una età senile. È l’unica, fino alla Pentecoste, ad aver ricevuto, una trentina di anni prima, lo Spirito Santo. È l’unica, nell’immediatezza della tremenda e dolorosa morte in croce del Cristo, ad essere confortata dalla sicurezza della Resurrezione, ora che nella sua anima i tasselli delle profezie, dei messaggi, degli episodi incomprensibili… e, perché no, delle lunghe conversazioni in famiglia a Nazareth, tutto trova la sua giusta collocazione nel progetto divino della Salvezza: Maria Madre della Chiesa, Madre del Corpo mistico di Gesù il Cristo.
Così Maria, al presente, riversa il suo amore di mamma in tutti i credenti, in tutti i sofferenti, in tutti i figli di Eva nei quali il suo divin figliolo si è immedesimato dicendo: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. È il percorso dall’adorazione materna per la natura umana di Dio, all’adorazione materna per la natura mistica di Dio.
Riferimenti evangelici
Annunciazione Luca 1. 26 – 3
Visitazione Luca 1. 39 – 56
Il sogno di Giuseppe (Mt 1. 18 – 25
Nascita di Gesù Luca 2. 1 – 7
Omaggio dei pastori Luca 2. 8 – 20
Visita dei magi Mt 2. 10 – 11
Circoncisione Luca 2. 21
Purificazione e presentazione Luca 2. 22 – 38
Fuga in Egitto Mt. 2. 13 – 14
A Nazareth Mt 2. 22 – 23
Ritrovamento nel Tempio Luca 2. 41 – 51
Cana Gv 2. 1 – 12
I parenti di Gesù Mt 12. 46 – 50 / Mc 3. 31 – 35 / Lc 8. 19 – 21
Maria sotto la croce Gv 19. 25 – 27

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
