E’ avvilente lo spettacolo di una Lettura “proclamata” dall’Ambone in modo incerto, incespicato, inintelligibile. Ne va del decoro della pratica religiosa, della comprensibilità del testo letto, della serietà della funzione. Con ragione fra i partecipanti qualcuno reprime a stento un sorriso od aggrotta scandalizzato la fronte. Non a caso la Chiesa costantemente prescrive la dignità, la correttezza, l’eccellenza. Così il Documento conciliare “Sacrosanctum Concilium” al § 7″: “Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado”.

Nell’Esortazone Apostolica SACRAMENTUM CARITATIS si conferma (38.) la necessità di superare ogni possibile separazione tra l’ars celebrandi, cioè l’arte di celebrare rettamente, e la partecipazione piena, attiva e fruttuosa di tutti i fedeli. In effetti, il primo modo con cui si favorisce la partecipazione del Popolo di Dio al Rito sacro è la celebrazione adeguata del Rito stesso e

(40.) L’ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l’utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso

E più recentemente nel Messaggio postsinodale sulla nuova evangelizzazione: “Occorre dare forma a comunità accoglienti, in cui tutti gli emarginati trovino la loro casa, a concrete esperienze di comunione, che, con la forza ardente dell’amore – «Vedi come si amano!» (Tertulliano, Apologetico, 39, 7) –, attirino lo sguardo disincantato dell’umanità contemporanea. La bellezza della fede deve risplendere, in particolare, nelle azioni della sacra Liturgia, nell’Eucaristia domenicale anzitutto. Proprio nelle celebrazioni liturgiche la Chiesa svela infatti il suo volto di opera di Dio e rende visibile, nelle parole e nei gesti, il significato del Vangelo.”

Anche la Signorina Masa nell’istruzione del 26 11 73, colloquialmente insisteva “ quando noi cerchiamo nella celebrazione della Santa Messa, molte volte, me lo dico sempre, migliorare, migliorare, più degni, più sacro, più veramente di Dio, ci penso di continuo molte volte, cosa si può fare per arrivare a rendere questo sempre più solenne, non perché suono un organo, neppure perchè si fanno dei bei canti, solenne perché si sente che la gente che sta lì ha il senso di quello che fa, il senso del sacro, è così difficile trovare il senso del sacro, e vedete: il senso del sacro non soltanto quando stiamo facendo cose sacre, ma il senso del sacro anche quando viviamo fuori delle cose tipicamente sacre.”

Anche la parabola del convito alle nozze, quando l’invitato che non ha l’abito nuziale viene “gettato fuori nelle tenebre” (Mt 22,13), sembra evidenziare la necessità di un comportamento adeguato all’altezza della dignità dell’evento.

Tutto questo non toglie che il Signore scruta i cuori e non si ferma all’apparenza, al candore esteriore: considera l’intenzione: quella lettura inadeguata può nascere da un sincero desiderio di partecipare alla preghiera comunitaria, da un mettersi in gioco, mostrando anche il proprio difetto con umiltà. Può essere accompagnata da impegno e sforzo di superare la difficoltà anche rischiando il ridicolo, per con-tribuire alla assemblea dei fedeli. Il tributo  della povera vedova, viene lodato e valorizzato da nostro Signore. La contabilità del Cristiano, ancora una volta, non segue le regole della matematica mondana: lei gettando nel “tesoro” due monetine ha gettato più di tutti (confr  Lc 21 3). Il valore del gesto è proporzionato alle possibilità di cui si dispone.

Illuminante è anche il passo della lettera di San Giacomo che sempre a proposito delle riunioni dei primi cristiani ammonisce di non fare distinzione tra “qualcuno con un anello d’oro vestito lussuosamente e … un povero con il vestito logoro” (Gc 2, 2). L’abbigliamento esteriore può essere preso come metafora di altri generi di ricchezza, anche intellettuale o oratoria. Piuttosto rimane la responsabilità di chi è delegato a preparare l’assemblea di mettere ognuno in grado di essere all’altezza della dignità della riunione.

Ciò dovrebbe valere quando si tratta non della “preghiera ufficiale” della Chiesa, ma di quelle pie pratiche ancora così popolari da essere considerate anche nella Costituzione Sacrosanctum Concilium al n. 13.: I « pii esercizi » del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono vivamente raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della Sede apostolica. Di speciale dignità godono anche quei « sacri esercizi » delle Chiese particolari che vengono compiuti per disposizione dei vescovi, secondo le consuetudini o i libri legittimamente approvati. Bisogna però che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi.

Senza contraddire tanti solenni documenti, Papa Francesco, nell’Evangelii Gaudium (Esortazione Apostolica sulla Nuova Evangelizzazione) al n. 49 sbotta in una accorata esortazione: ”Usciamo, usciamo… preferisco una Chiesa accidentata… piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”.

Anche questa sembra la metafora dell’andare appresso la pecorella smarrita che bela fuori dal coro, ma che intimamente pone nel suo incespicare più sforzo e buona volontà delle altre. È l’immagine del Signore che sorride del balbettìo dell’incolto ed aggrotta la fronte allo scandalo dell’istruito.

Condividi