Gesù, il Cristo, nasce come un normale bambino, dopo circa trenta anni di vita risorge da morte dando prova della sua divinità. In questo intervallo di tempo rivela progressivamente la sua natura divina, come se prendesse coscienza della propria missione e, per gradi aumentasse la manifestazione della propria potenza
Come tutti i bambini egli deve essere allattato, nutrito, lavato dei propri bisogni; nonostante i segni profetici che lo accompagnano sin dalla nascita: i pastori allertati dal messaggio celeste, l’omaggio dei saggi dell’Oriente, la violenza disumana del Tiranno contro i piccoli innocenti, la fuga in Egitto.
Deve essere istruito per imparare a camminare, a parlare, a leggere (come ci viene mostrato nella Sinagoga di Nazareth), a scrivere (come ci mostra davanti ai lapidatori dell’adultera). Apprende dal padre putativo Giuseppe l’attività del carpentiere. In tutto questo tempo una sola manifestazione della sua crescente autocoscienza ci viene riferita: l’incontro di Gesù giovinetto con i dottori della Legge nel Tempio. Nulla di particolarmente sconvolgente, ma sicuramente le domande che egli rivolgeva agli “esperti” li stupivano per gli orizzonti inesplorati che aprivano. La stessa autorevolezza con la quale risponde ai rimproveri materni lascia meravigliati ed interdetti i presenti e le generazioni a venire. Dopodiché, come se si fosse spinto troppo avanti, nulla degno di nota segna (o viene riferito dagli evangelisti) questo lungo periodo (lungo se paragonato ai tre anni di vita pubblica) della sua “vita nascosta”. Forse che già il semplice vivere della divinità nella quotidianità umana valga a riscattarla dalla corruzione della caduta originale.
Ma col battesimo nel Giordano ad opera del cugino Giovanni avviene un salto di livello dell’opera di Gesù: è il momento di una nuova consapevolezza di Gesù come Messia nella manifestazione trinitaria del Verbo (la Voce dal cielo), dello Spirito (sospeso su di lui “come” colomba), del Padre (“Tu sei il mio Figlio diletto”). Con questa investitura Gesù deve iniziare a dare una testimonianza esplicita della redenzione del genere umano, una azione più diretta, più specifica.
Da questo momento, come se trent’anni di vita non fossero stati sufficienti a maturare la propria vocazione, Gesù si prende un periodo di riflessione e preghiera, per prepararsi ad affrontare la propria missione: svelare appieno, per quanto sia recepibile alla mente umana, il Volto di Dio- amore misericordioso. Egli sembra considerare varie opzioni. È una riflessione che viene caricata di simbolismi (il deserto, i 40 giorni, la manifestazione fisica del Maligno). Scarta consapevolmente alcune metodologie di comportamento: il rifiuto di utilizzare la propria potenza a proprio vantaggio, il rifiuto di perseguire il metodo del potere, il rifiuto di operare prodigi fini a se stessi.
Gesù inizia la predicazione: come nella Sinagoga di Nazareth il suo messaggio è estremamente semplice: “Convertitevi e credete alla buona notizia: il Regno dei Cieli è vicino” (Mc 1. 15). Una predicazione che riprende quella del predecessore Giovanni, ma la arricchisce con una visione soprannaturale del Regno, dove l’armonia è garantita da Dio-Amore-Misericordia. Questa prima campagna gli procura una certa fama di predicatore (Lc 4. 14-15) ed una sequela di dodici sempliciotti (in parte cooptati). È un risultato al passo dei tempi: l’aspettativa del Messia Redentore era grande nella popolazione ebraica dell’epoca; nello stesso periodo diversi altri predicatori si erano proposti all’attenzione popolare, magari con anche maggior seguito(At 5, 34-42)
Ma presto Gesù raggiunge un nuovo livello di coinvolgimento: a Cana di Galilea compie il primo (Gv 2. 11) dei suoi prodigi. Apparentemente viene meno ad uno dei propositi del deserto: il Tentatore l’aveva sfidato a trasformare le pietre in pani; ora trasforma l’acqua in vino, ed in seguito, ancora più attinente, compie la moltiplicazione dei pani. Ma fondamentalmente rimane coerente all’assunto di non procurarsi il proprio vantaggio. Il passaggio al livello di “guaritore” non è banale ed è pieno di incognite per la purezza del messaggio. Ma è determinante l’incoraggiamento della Madre. Appartiene al vissuto naturale, in un passaggio difficile della vita di ognuno, ricevere l’incoraggiamento, od il solo sguardo materno, che esprime in maniera viscerale: ”Vai. È il tuo momento. Ce la puoi fare, lo devi fare”!
A questo livello l’azione di Gesù raggiunge un successo facilmente spiegabile. Cos’è mai questo, si domandano le folle, ma Gesù risuscita anche i morti. Eppure, nonostante tutto, il punto essenziale del messaggio viene frainteso, non viene percepito nella sua vera dimensione spirituale e soprannaturale. La missione di Gesù entra in una nuova fase segnata da una ulteriore presa di coscienza: fatto un sondaggio tra gli Apostoli, tutti gli confermano (eccetto Pietro che sembra neppure rendersi conto di cosa stia dicendo) che nell’immaginario collettivo la sua figura, quindi il Messaggio, è travisato. Gesù prende la decisione di alzare ulteriormente il livello del suo messaggio, di raggiungere il massimo (oggi si direbbe l’opzione B) della sua dedizione: l’offerta della propria vita: è arrivato il tempo. Dicono i sinottici: da quel momento diceva ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme… venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Anche questa strategia viene accompagnato da simbolismi biblici: annunciata la decisione Gesù si reca sul Monte per la Trasfigurazione; sono con lui a colloquio le figure di Mosè ed Elia che simboleggiano la Legge ed i Profeti: i fari che hanno guidato “il Resto di Israele” nei momenti più difficili e drammatici della sua storia. Da questi due pilastri Egli sembra voler mostrare agli attoniti discepoli la legittimazione della Sua storia e quella della storia di Israele.
Il successo dell’escluso aveva comportato anche l’opposizione della classe al potere che chiede “un segno”, quel prodigio fine a sé stesso che Gesù aveva escluso con i “propositi dei 40 giorni”. Eppure l’ultimo suo miracolo sembra proprio contraddire anche questo proposito: è come l’ultimo tentativo prima di sottomettersi al “piano B”: la risurrezione di Lazzaro. Gesù lo dichiara esplicitamente: ha volutamente atteso la morte dell’amico per operare il miracolo più grande di tutti. Ma anche la Risurrezione di Lazzaro non fa che confermare i Capi del Popolo nella loro decisione di mettere Gesù a morte.
La risposta di Gesù è come un atto di sfida: l’ingresso trionfale a Gerusalemme: loro vogliono ucciderlo, ma è Lui che ha il controllo della situazione. Questo ultimo atto di Gesù sembra “erodere” anche l’ultimo dei propositi dei “quaranta giorni nel deserto”: la ricerca del potere. Ovviamente è un potere a cavallo di un asinello circondato da guardie del corpo che brandiscono ramoscelli di ulivo!
Dunque la completa accettazione del “piano B” deve attendere ancora qualche giorno. Si consuma nell’Orto degli Ulivi dopo un ultimo messaggio nel Cenacolo dove Gesù raggiunge un livello di coscienza soprannaturale che lascia i poveri discepoli incapaci di comprendere la portata dell’istituzione dell’Eucaristia e l’altezza della preghiera sacerdotale, sublime colloquio di Gesù col Padre, quasi dimentico della presenza degli Apostoli.
Questo rapporto più intimo col Padre permette a Gesù di sopportare tutte le torture, di sopportare l’estremo dolore della morte, di prendere coscienza di aver portato a compimento la missione fino all’estrema obbedienza. L’uomo è riuscito ad obbedire in tutto, compensando l’antica disobbedienza ed entrando nella coscienza totale che gli permette di rivestire le sembianze mortali di immortalità. Gesù risorto non muore più. Tutte le altre creature che nella Sacra Scrittura, sono tornate in vita sono state risuscitate da una potenza a loro esterna e sono poi morte definitivamente a suo tempo. Gesù no, è Lui stesso il principio attivo, risorto per virtù propria riprendendosi, con la vita, le proprie spoglie glorificate, non più mortali.

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
