«Madre di Dio […] non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne» (Concilio di Efeso, Epistula II Cyrilli Alexandrini ad Nestorium: DS 251). Recepito nel Catechismo Chiesa Cattolica, Parte prima, Sezione seconda, Capitolo secondo, Paragrafo terzo, Punto 466.
Sul finire del regno di Erode il Grande in Palestina, una giovane ragazza del villaggio di Nazareth ricevette un Messaggio divino; la ragazza si chiamava Maria.
La rivelazione del Messaggio, il contenuto ed il modo di renderlo noto, costernò la ragazza: era stata prescelta per concepire il Messia del popolo di Israele. Tutta la storia di Israele era focalizzata a questo evento: le profezie lo avevano promesso e scadenzato via via sempre più vicino: tutto il pio Israele aveva capito che il tempo era arrivato. La sorpresa di Maria dipendeva essenzialmente dalla sua umiltà, mai si sarebbe aspettata di essere la prescelta. Nella sua fede semplice e aperta, di fronte al mistero che le si spalanca dinanzi (avrà anche pensato al promesso sposo ed alla famiglia che stavano per costruire?) domanda semplicemente “come” per essere meglio preparata alla missione affidatagli. Da quel momento la giovane ragazza avrà riportato alla mente tutte le profezie riguardanti il Messia e i contraddittori esiti della sua missione: da Salvatore della nazione a “uomo dei dolori”.
Sei mesi prima, anche un anziano sacerdote del Tempio di Gerusalemme (a 150 Km di distanza) aveva ricevuto il Messaggio divino, ma non aveva potuto riceverlo con semplicità di cuore, la sua domanda, in reazione alla eccezionalità di una sua genitorialità, è tarlata dal dubbio ed il Messaggio lo sconvolge, perde la voce e l’udito fino al parto prodigioso della moglie Elisabetta, considerata sterile.
Per le due donne la vita è sconvolta. Entrambe, come prima reazione prendono una decisione controintuitiva: mantenere il segreto. Per Elisabetta che, in età avanzata, concepisce un figlio, segno di benedizione, di favore divino nella cultura dell’epoca, è un atto di mortificazione come sacrificio per ringraziare Dio della grazia ottenuta. Per Maria, che rischia la lapidazione (una morte orribile e infamante) o, quanto meno il ripudio dal promesso sposo sentitosi tradito, è un abbandono cieco alla Provvidenza: non cerca di imbastire programmi o giustificazioni. Si affretta invece a raggiungere Elisabetta. Il Messaggio l’ha informata della gravidanza dell’anziana parente: è un invito ed un segno.
L’affrettarsi del viaggio di Maria verso Ain Karim, diversi giorni di cammino, avrà accompagnato il tumulto del suo cuore per lo sconvolgimento del programma futuro, ma ora c’è prima di tutto l’assistenza alla puerpera più anziana, solidarietà femminile.
Maria viene un’altra volta scombussolata dalle circostanze, l’anziana cugina, che nulla sa, al di là della propria gravidanza fuori tempo massimo, riconosce in lei l’eletta del Signore, la predestinata fin dal tempo del peccato originale. Questa volta il messaggio è il più banale che possa esserci, un movimento del bambino Giovanni nel grembo di Elisabetta, la spinge a “profetare” il segreto che Maria custodiva e che non era ancora visibile. È come se la forza dello Spirito Santo che promana dalla “piena di Grazia” ispirasse l’anziana Elisabetta. Le due donne sono sopraffatte dall’emozione e Maria può alfine dare sfogo alla sovrabbondanza delle sue emozioni con quella composizione del Magnificat che, duemila anni dopo, i credenti ancora cantano nelle loro preghiere.
Al suo ritorno a Nazareth, sono passati tre mesi, la gravidanza di Maria comincia a divenire evidente, ma lei non fa niente per giustificare davanti al promesso sposo la propria condizione, angosciata, ma affidata alla volontà di Dio. Ancora un Messaggio spiana la strada della salvezza e raggiunge, questa volta, in sogno, un costernato Giuseppe e ne fa l’angelo custode della famiglia del Salvatore.
Una nuova difficoltà scombussola i piani degli sposi novelli: il censimento. Maria e Giuseppe devono farsi censire nel luogo degli avi che, per la discendenza davidica era il villaggio di Bethlehem. Si può anche pensare ad un diversivo attuato dai giovani sposi per mascherare agli occhi dei compaesani i tempi della gravidanza di Maria. Il viaggio per Maria è particolarmente scomodo, non solo per la distanza (oltre 100 km) da percorrere a piedi nella sua condizione di gestante, ma anche per i preparativi fatti e lasciati, o da fare in un contesto sconosciuto, per accogliere poveramente, ma degnamente, il nascituro. Partorire in mezzo alla folla ed alla confusione di un caravanserraglio non era certo opportuno. Giuseppe, stando nel villaggio degli antenati, avrà trovato tra i componenti della sua tribù un parente o un conoscente che gli abbia messo a disposizione un “buco” che desse un po’ di riservatezza. Una grotta, in quel contesto, era comunque l’embrione di una abitazione, ed il carpentiere Giuseppe si sarà affrettato a costruire e preparare un ambiente più consono al parto imminente. Nonostante tutto, il tempo si compie prima di aver potuto preparare un degno ricovero, tant’è che il neonato viene deposto in una mangiatoia. Ma Maria non era impreparata: sono pronte le fasce, le bende con cui la neomamma avvolge la sua creatura. Per la fanciulla devono essere stati dei momenti di grande emozione, avrà rinnovato la gioia come novella Eva: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore”. Certo agli occhi della madre quel neonato non sembrava diverso dal cugino Giovanni alla cui nascita aveva assistito dall’anziana Elisabetta: fragile, tenero, indifeso, bisognoso delle cure più elementari, dall’allattamento alle pulizie. Ma gli occhi della fede gli avranno ricordato il messaggio dell’annuncio avuto nove mesi prima.
Ancora un messaggio le viene recapitato dai pastori che vegliavano a custodire le greggi. La categoria più umile, disprezzata, problematica: per una sorta di flash-mob hanno risposto all’annunzio di quella nascita eccezionale incarnata nella semplicità più disarmante. La notte si colora di presenze, ruvide, ma ispirate: ancora una volta sono gli ultimi, gli scartati a ricevere ed accogliere il Messaggio: è nato il Salvatore! Ancora una volta Maria, appena puerpera, si trova proiettata in una dimensione inaspettata: come si coniugano l’annuncio angelico con i contrastanti segnali che deve constatare, con la banale eccezionalità di una nascita ed un travaglio indolore?
Passa una settimana e Maria deve assistere alla prima goccia di sangue del bambino Gesù versata per la circoncisione, passaggio fondamentale per i discendenti di Abramo.
Altre cinque settimane e Maria ha un’altra scossa nel compiere le prescrizioni della Legge Mosaica, riguardanti la purificazione della puerpera e la presentazione del primo figlio maschio nel Tempio di Gerusalemme, nella immensa e affollata “Casa di Jahvè”. I due giovani sposi si presentano nella maestosa costruzione voluta da Erode il Grande con lo stigma dei poveri: l’offerta per il riscatto del primogenito era la minima consentita dalla Legge: due tortore. Nella loro umiltà, confusi nella folla, avranno atteso alle pratiche prescritte da Mosè per il loro turno: intimoriti, ma fermi nella fede. Sono lontani gli annunci angelici, è lontano il caloroso e confidente abbraccio di Elisabetta, sono lontani i sogni, è lontana la notte magica della nascita: è passato più di un mese per la neomamma indaffarata con le prime esperienze di cura del neonato contemporaneamente alla gestione dell’abitazione, mezza grotta e mezza capanna. Con l’entusiasmo di una nuova vita, Giuseppe e Maria si saranno dati da fare per il loro nido d’amore, perché l’affetto di Maria per Giuseppe e di Giuseppe per Maria sarà stato di una intensità indescrivibile: ogni gesto una carezza. L’unione di quei due cuori si cementava dalla condivisione del mistero della soprannaturale nascita del bambinello. Mamma Maria avrà amato il frutto del suo grembo come le più affettuose mamme possono fare, ma con in più una consapevolezza dell’affidamento divino. Così come in Giuseppe questa stessa consapevolezza avrà animato il suo cuore e le sue azioni. Sono lontani quei segni e cinque settimane vissute in preparativi e lavori nei quali ogni gesto era preghiera hanno scandito una parvenza di normalità. Immersi nella folla dei fedeli non alberga in loro alcun orgoglio o boria per la preziosa primizia che stanno portando a riscattare: in fondo tutto quel magnifico Tempio e quelle cerimonie non sono forse dovute al loro Gesù che è il Signore del popolo di Israele?
ll loro anonimato viene stravolto dagli oracoli profetici annunciati da due diversi anziani d’Israele: Simeone ed Anna. Il vegliardo Simeone spinto dallo Spirito con un gesto ieratico prende fra le braccia il neonato e proclama il suo annuncio profetico: finalmente. Finalmente è arrivato il Salvatore. L’attesa di Israele è conclusa ed è anche conclusa la sua personalissima attesa. L’effetto del suo grido di giubilo nella folla è praticamente nullo: non ci sono sommovimenti popolari o sacerdotali. L’occhiuto servizio di sorveglianza del sanguinario re Erode non allarma il tiranno come invece succederà qualche tempo dopo con gli astrologi venuti dall’oriente. Anche il successivo vaticinio della profetessa Anna passa senza clamore: in fondo sono due anziani che si esaltano alla vista dell’arrivo di un neonato maschio nella Casa di Israele. Ma non passa inosservato ai due genitori che possono capire il senso profondo ed escatologico delle vaghe parole dei due anziani veggenti. Specialmente per Maria la prospettiva del riscatto del popolo di Israele si tinge di aspetti controversi: non sarà senza contrasti e lei stessa ne sopporterà gli effetti. Quella frase: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima”, pronunciata, poi, in quel contesto della festosa cerimonia, si stamperà nella sua mente. (Continua)

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
