Sincerità: limpidezza di persona

Secondo alcuni studiosi, l’etimologia di sincerità viene fatta derivare dall’espressione latina sine cera, cioè “senza cera”. Ed ecco una plausibile   motivazione: il popolo romano quando ancora non conosceva lo zucchero ricorreva al miele per dolcificare le bevande. Però non sempre gli apicoltori risultavano onesti, perché sovente mescolavano al miele anche un po’ di cera delle api, rendendolo così meno puro e meno dolce.

Padre Ubaldo Terrinoni

Con il passare del tempo, avvenne che il termine sincerità, dal contesto   agro-culinario, passò a riferirsi anche alla persona sine cera, cioè “sincera” per indicare una   persona vera, pura, genuina, autentica, una persona che non ha bisogno di ricorrere a trucchi e a inganni nel presentarsi in pubblico e stabilire rapporti sinceri veri col prossimo.

Si dice che la sincerità è figlia della franchezza ed è madre della verità.

Francesco Alberoni

Il noto sociologo e saggista italiano Francesco Alberoni afferma con acuta intuizione che “solo se sei sincero dentro crei sincerità al di fuori; solo se sei puro dentro crei purezza fuori. La gentilezza che nasce da una limpida disposizione interiore disarma, fa cadere le resistenze, i pregiudizi e apre porte che altrimenti resterebbero ermeticamente chiuse”.

Una persona realmente sincera con sé stessa e con gli altri non avverte affatto il bisogno di nascondere qualcosa o di nascondersi; né sente la necessità di ricorrere a trucchi e a messaggi artefatti, perché nel suo cuore non sussiste neppure l’ombra dell’inganno o dell’imbroglio.

Pertanto, volendo determinare qualche aspetto di questa virtù, dobbiamo dire che la sincerità è limpidezza di persona, è pulizia del cuore, è coraggio di dire la verità e di assumersi la responsabilità delle proprie affermazioni; è lealtà, onestà, semplicità di vita.

Raffaella Frese

“La sincerità è una perla rara – scrive Raffaella Frese -, incastonata tra due estremità che si chiamano “amicizia e amore”.

Ovviamente la sincerità coinvolge la totalità della persona: mente, cuore, spirito, programmi, atteggiamenti, intenzioni, desideri…Ed essa è sempre così come si presenta, senza secondi fini e senza recondite intenzioni. E’ realmente così anche quando la verità risulta scomoda e il viso brucia di rossore.

Bertrand Russell

Il filosofo e matematico Bertrand Russell (1872-1970) raccomanda con grande premura: “Sii scrupolosamente sincero anche se la verità è scomoda, perché è ancora più scomodo il tentare di nasconderla”.

Colui che è sincero non è di certo una persona dai due pesi e due misure ma, secondo un felice termine greco della prima patristica, si deve dire che egli è monòtropos, cioè seleziona per sé un solo orientamento e segue un’unica indicazione di via. Vive la perfetta coerenza tra il dire e il fare. Risulta autentico sempre e dovunque e non a etichette ufficiali, quasi che sia sincero soltanto con certe persone e in determinate circostanze. Tutt’altro!

Il monòtropos non è mai una canna sbattuta dal vento; la canna ha il fusto flessibile e si adatta facilmente alla direzione del vento.

Dante Alighieri

Egli invece è una quercia, anzi una “torre” e, per dirla con Dante “sta come torre che non crolla /giammai la cima per soffiar di venti” (Purgatorio, canto V). Ha un carattere fermo; è coerente con i suoi principi morali e conosce le ragioni della vita e queste ragioni le antepone alla vita stessa.

La persona sincera ha dalla sua parte coraggio e rigore, per cui non ammette né il tanto né il poco, ma il vero, limpido e autentico.

Quinto Orazio Flacco

Ama la nuda veritas come la designa il poeta latino Orazio (65 a.C.), la verità nitida e unica, senza alterazioni e contraffazioni, e si attiene volentieri al celebre detto del Maestro Gesù: “Sia il vostro parlare “si, si; no, no”, il di più viene dal maligno” (Mt 5,37).

La sincerità non va confusa con la spontaneità: questa rifiuta freni e veli e dice tutto quello che passa per la testa; prescinde da ogni mediazione e riflessione; è diretta, immediata e istintiva; lascia volentieri libero sfogo alle reazioni primarie, ignorando ipocrisie e formalismi. Tuttavia è altamente pericolosa perché può provocare delle lancinanti ferite dell’anima, senza alcuna possibilità di farle rimarginare.

Pietro Metastasio

La parola sfuggita dalle labbra però può creare danni talora irreparabili, può produrre ferite nell’anima e danneggiare legami familiari e sociali come ci conferma in un suo distico il settecentesco poeta Pietro Metastasio: “Voce dal sen fuggita/ poi richiamar non vale:/ non si trattien lo strale, / quando dall’arco uscì”. “Prima di parlare sei ancora tu padrone della parola – precisa con saggezza don Giovanni Albanese -, ma dopo aver parlato avviene che è la parola padrona di te: e dalle tue parole sarai giudicato”.

La sincerità invece si apre all’altro con carità, con prudenza e saggezza; preferisce l’atteggiamento dell’ascolto anziché del dire e si ferma volentieri davanti alla soglia del rispetto altrui.

E ora è lecito chiederci: c’è spazio nella società di oggi per un’esperienza di sincerità di vita e di comunione profonda? –

Beppe Tardito

Raccolgo e privilegio la risposta di un scrittore moderno: “Al giorno d’oggi si sparla troppo, si ama poco e spesso si odia; c’è crisi di sincerità, di persone vere, in poche parole mancano i valori. Questi non sono tempi moderni, ma tempi di aridità dell’anima” (Beppe Tardito).

L’uomo è la sua parola.

 

Confucio

Alcuni discepoli domandarono un giorno a Confucio (maestro e filosofo VI-V secolo a. C.): “Dove cominceresti se dovessi governare il popolo?” – “Migliorerei l’uso del linguaggio” rispose il maestro. I discepoli rimasero molto sorpresi e replicarono: “Ma che cosa c’entra questo con la nostra domanda, che significa migliorare il linguaggio?”

E Confucio rispose: “Se il linguaggio non è preciso, ciò che si dice non è ciò che si pensa; e se ciò che si dice non è ciò che si pensa, le opere rimangono non realizzate; ma se non si realizzano le opere, non progredirà né l’arte né la morale; se arte e morale non progrediscono la giustizia non sarà giusta, la nazione non conoscerà il fondamento in cui si fonda e il fine a cui tende. Non si tolleri perciò alcun arbitrio nelle parole. Ecco il problema primo e fondamentale”.

Con questa lucida lezione, il saggio maestro cinese intende mettere in evidenza la triplice modalità del rapporto che l’uomo ha con la parola: parlare, ascoltare, fare, cioè dire la parola, ascoltare la parola, tradurre in pratica di vita la parola. Nella successione logica dei tre verbi si nota che, nell’uomo che parla, deve esserci necessariamente il passaggio dal dire al fare, cioè “dall’essere semplici ascoltatori della parola a concreti operatori della parola (factores verbi)” (Gc 1,22. 25).

Lo psicologo don Giuseppe Colombero nel suo libro Dalle parole al dialogo esordisce così: “La parola è l’utensile più antico e più prezioso dell’uomo, testimonianza del suo costante bisogno di capire e di farsi capire, di ex-porsi e di pro-porsi ai suoi simili, di uscire cioè dal suo occultamento, svelandosi e di andare verso di loro” (p. 40).

La parola è un pensiero che si veste di suoni armoniosi per essere comunicato; è l’epifania del proprio mondo interiore popolato di emozioni, sentimenti, ideali, sogni paure, dolori, speranze; è l’espressione della propria ricchezza interiore; è quel miracolo di suoni articolati che scaturiscono dal silenzio più profondo come qualcosa di nuovo, di intatto e si offrono con un tono giusto e con un timbro di voce del tutto personale.

La parola (e non la chiacchiera) nasce dal silenzio; il silenzio è il contenuto delle parole che valgono; è qui che la parola si fa mia, si fa carne della mia carne per essere poi messaggio di vita e di salvezza per quanti l’ascoltano. Perciò conviene tacere molto se si ha qualcosa da dire. Prima di essere uomini della parola, bisogna essere uomini del silenzio.

E’ così preziosa e avvincente la parola che nella Bibbia risulta il segno più alto e più sublime per presentare Dio, il suo mistero e il suo modo di rivelarsi: “In principio era la Parola” così apre il suo Vangelo l’apostolo Giovanni. La parola è il dono eccellente del Signore perché vivere è dire; l’uomo è la sua parola, questa è l’identità dell’uomo.

Nella comunicazione verbale c’è tutta la persona e la sua vita. “La parola è quanto di più personale abbia un individuo; come la sua grafia e la sua firma: non vi sono due persone che scrivono allo stesso modo; è il segno particolare più caratteristico della sua identità” (G. Colombero, p. 44).

E la parola è l’autostrada della comunicazione; è segno di ricchezza di vita e di comunione, ed è bello dire parole che corrispondono ai propri pensieri, che rivelano il proprio mondo interiore. La parola costruisce ponti verbali per l’incontro, crea legami stretti tra persone, dà vita a comunità di fratelli e fonda tradizioni e stili di vita. Grazie alla parola, noi possiamo dire che vivere è comunicare.

Perciò don Giovanni Albanese ricorda a tutti come severo monito “la parola non è tua, ti è stata data per comunicare. Non ogni pensiero va comunicato, ma solo quello che accresce l’amore senza inganno. E’ disonesto dunque comunicare il falso e il male. Il falso e il male non hanno diritto alla parola.

E la libertà di parola? Non esiste se non per ciò che può migliorare gli uomini non corromperli. Come non esiste libertà per il delinquente, così non deve esistere per il corruttore “perché uccide più gente la lingua che la spada. La falsità dunque è un reato, la calunnia è un delitto.

Chi ti dà il diritto di gettare in pasto al pubblico tutte le immondizie della tua mente e del tuo cuore? Enorme dunque è la responsabilità delle tue parole! Se la tua parola è inutile, è un abuso; se falsa, è illecita; se dannosa, è un crimine. Ti pentirai più spesso di aver parlato che non di aver taciuto” (G. Albanese, Domanda alla tua lingua se ha ucciso nessuno, Roma 1957, p. 10).

La Menzogna

La menzogna è…

È la falsità elevata a regola di vita; è il disegno intenzionale di illudere e ingannare una persona; è la ricerca ad ogni costo dell’interesse personale per cui tutto viene sacrificato a questo fine; è una realtà fluida e ingannevole dai mille volti possibili; è la lastra imbiancata che viene collocata sul sepolcro dei vizi perché nessuno li veda; è l’arte maliziosa del compromesso elevata a stile di vita.

La menzogna, per fini affatto nobili, riesce a ridisegnare tutta la vita che viene finalizzata unicamente a raggiungere interessi personali; rivisita senza scrupoli: valori, ideali, scelte, programmi, lavoro, amicizie, abitudini…opta decisamente e a cuor leggero per il compromesso pur di raggiungere un determinato fine, prescindendo da principi morali e da sagge riflessioni.

Colui che mentisce si adegua facilmente alla mentalità corrente, all’illusione, alla falsità, all’imperativo fasullo “devi”; e tutto intorno a lui può cambiare nel giro di pochi minuti e tutto può risultare vago, incerto e fragile come avverte lo stesso Giobbe: “La sua fiducia è come un filo / una tela di ragno è la sua sicurezza:/ se si appoggia alla sua casa, essa non resiste / se vi si aggrappa essa non regge” (Gb 8, 14-15).

Il menzognero è anche un abile attore, un astuto simulatore che sovente cade miseramente nell’ipocrisia: ostenta devozione, rettitudine, buoni sentimenti, ma in realtà coltiva nel cuore avversione, finzione, inganno, malevolenza. L’ipocrisia è un lievito – avverte l’apostolo Paolo – che fa fermentare tutta la pasta in malizia e in perversità (1Cor 5, 6.8).

L’autore del salmo 55 con la duplice immagine del “burro” e dell’“olio” descrive l’insidiosa astuzia e l’ipocrisia del suo nemico: “Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra;/ più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate” (Sal 55,22). I messaggi melliflui si rivelano poi armi letali, frecce avvelenate. “Aguzzano la lingua come un serpente – precisa un altro salmista con la simbologia teriomorfa -, / veleno d’aspide è sotto le loro labbra” (Sal 139, 4); “con la bocca benedicono, /nel loro cuore maledicono” (Sal 62,5).  Nell’esperienza terrena di Gesù, vi è una sola categoria di persone con la quale egli “non ha potuto” far nulla: è quella degli ipocriti. Nel capitolo 23 del Vangelo di Matteo si leggono sette epiteti all’indirizzo di questi in una dura requisitoria di Gesù: “Ipocriti, stolti, ciechi, guide di ciechi, sepolcri imbiancati, serpenti, razza di vipere”. Questi sono abili in acrobazie dialettiche per giustificare le loro malefatte nei confronti della legge.

 

La loro vita è basata sull’esteriorità, sull’apparenza, sulla doppiezza. Perciò il Maestro ammonisce categoricamente i suoi discepoli: “Guardatevi dal lievito dei farisei che è l’ipocrisia” (Lc 12,1), perché è proprio questa a segnare la linea di demarcazione della potenza taumaturgica di Gesù.

Egli si arrende di fronte alle resistenze dell’uomo; “non può” o, meglio, non vuole agire là dove l’uomo si chiude diffidente e ostinato. Del resto, a che servirebbe parlare e far prodigi se si imbatte nel chiuso impenetrabile dell’ipocrisia? I miracoli sono la risposta di Dio alla sincera ricerca dell’uomo. Dove manca la sincerità, dove c’è la finzione, ben presto si ritira la potenza di Dio.

“Signore, sorveglia la porta delle mie labbra…” (Sal 140,3)

Volendo tradurre letteralmente il v. 3 del salmo 140, lo si può rendere così: “Metti, Signore, una guardia alla mia bocca, una sentinella alla porta delle mie labbra”. Il salmista eleva un accorato lamento a Dio, perché si ritrova assediato dalle calunnie degli uomini senza scrupoli.

Il momento è estremamente critico, perciò implora una speciale assistenza su quella parte della sua persona che è più debole e anche più facile a cedere alla tentazione: la lingua. Teme di perdere il controllo di sé e di soggiacere a uno smarrimento morale e religioso. Per questo si appella a Dio. Ricorre a immagini del contesto militare (guardia, sentinella) quasi per suggerire a Dio la modalità di un efficace intervento.

Il Siracide fa eco alla preghiera del salmista con un sorprendente parallelismo: “Chi porrà una guardia sulla mia bocca, un sigillo prudente sulle mie labbra, perché io non cada per colpa loro e la mia lingua non sia la mia rovina?” (Sir 22,27; cf. 28,25). Si leggono anche altri suggestivi paralleli biblici: “Veglierò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua. Porrò un morso alla mia bocca” (Sal 39,2).

A questo minuscolo membro del corpo, la letteratura sapienziale applica degli attributi mordaci: la lingua è “vana” (Gb 11,2-3), “sciocca” (Sir 21,25), “verbosa” (Sir 7,14), “adulatrice” (Sal 5,6), “come un serpente” (Sal 139,4), “doppia e malèdica” (Sir 28,13), “ingannatrice” (Sal 119,2), “bugiarda e arrogante” (Sal 12,3-4), “lama affilata” (Sal 52, 4.6).

Tramandano gli antichi che un giorno fu richiesto al grande favolista greco   Esopo di Samo (VI-V secolo a. C.) di cucinare la cosa più buona del mondo, ed egli scelse la lingua. Poi, richiesto ancora di cucinare la cosa più cattiva, scelse nuovamente la lingua, spiegando che questa può essere ottima, se usata per dire la verità; viceversa, risulta pessima se diventa strumento di critica e di calunnia. “Morte e vita sono in potere della lingua” sentenzia l’autore dei Proverbi (18,21).

In effetti con la lingua si comunica, si prega, si benedice, si corregge, s’istruisce, si dicono le cose più nobili, più alte e più sante. Ma con la lingua si dicono anche le cose più orribili: menzogne, calunnie, falsità, errori, cattivi consigli, minacce, ingiurie, maledizioni…Può far versare molte lacrime e aprire profonde ferite nell’anima; può essere all’origine di tante sventure e tragedie.

Se la lingua non è controllata, può devastare molto di più di quanto non faccia un incendio: “Una scintilla può ridurre in cenere una selva immensa – scrive san Giacomo -. Anche la lingua è un fuoco e può incendiare tutta un’esistenza. Con essa benediciamo il Signore e con essa malediciamo gli uomini. Dalla stessa bocca esce benedizione e maledizione” (Gc 3, 3.10).

L’esperienza fa conoscere un triste campionario di danni che può provocare la lingua: semina sospetti, amplifica il malcontento, riporta giudizi sussurrati alle spalle dell’interessato, dà volentieri la stura a pettegolezzi, a insinuazioni e cattiverie, esalta i pregi di chi è presente e misconosce quelli dell’assente.

Si avvale volentieri del “si dice”, “è una voce”, “sembra”, “pare”, “dicono”, ma non documenta nulla e tuttavia insinua sospetti, ripete giudizi avventati, mina il buon nome, la fama, la tranquillità e la pace della persona, della famiglia e della comunità religiosa.

E avviene immancabilmente che, mentre denuncia i difetti altrui, rivela inconsapevolmente anche i propri; “quel che penso degli altri, dice ciò che sono io stesso” ammonisce un antico aforisma.

  E amaramente commenta Dostojewskij (1821-1881): “Vi sono uomini che non hanno ucciso, eppure sono mille volte più cattivi di chi ha assassinato molte persone”. E il Siracide aggiunge: “Tanti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua” (Sir 28,18).

Foto tratte dal web

Condividi