Ci sono dei brani del Vangelo che a forza di sentirli si danno per acquisiti anche se presentino una più o meno velata incongruenza.
Ovviamente l’esegesi li colloca nel contesto più ampio del brano e li riconduce in una visione “canonica”. Eppure forse varrebbe la pena inciampare nell’apparente mancanza di filo logico, per fermarsi a riflettere, a non dare per scontato quello che invece ha un costo pieno ed elevato
Questa volta il Vangelo (Gv 12, 20-33) della V Settimana di Quaresima Anno B offre di che riflettere sulla apparentemente banale introduzione: dei Greci vogliono “vedere” Gesù e per questo interpellano Filippo, uno dei dodici Apostoli. Probabilmente si tratta di Proseliti giudei, forestieri in pellegrinaggio ai luoghi di culto. Ma cosa impediva loro di vedere Gesù? Gesù predicava ed agiva in pubblico, all’aperto e generalmente in luoghi accessibili. Non era certo chiuso in un ufficio od in un palazzo vigilato, da incontrare per appuntamento. Certo quel termine “vedere” dovrebbe indicare una conoscenza non tanto visiva quanto intellettuale, personale, esistenziale. Ma una conoscenza che non si vuol far coinvolgere troppo, si rivolge ad un intermediario quasi a lasciarsi una via di fuga se la conoscenza dovesse rilevarsi troppo coinvolgente. Filippo sembra non sentirsi in grado di compiere questa mediazione e si appoggia ad un collega più anziano, almeno come chiamata nel discepolato: Andrea. Dunque i due Apostoli si rivolgono a Gesù sottoponendogli la richiesta dei “greci”.
La risposta di Gesù è quanto di più sorprendente si possa immaginare: sembra non avere nessuna relazione con la richiesta: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore resta solo, se invece muore produce molto frutto”. Qualche tempo prima, allo stesso Evangelista che scrive, Gesù aveva risposto “venite e vedete”. Questa volta invece introduce ad una esaltazione della propria figura , con accenti sempre più soprannaturali che si conclude addirittura con una manifestazione del Padre: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora”. Chi voleva “vedere” Gesù l’ ha visto” nella sua massima espressione”.
Ma la figura di Filippo con quella di Andrea ricorda anche un altro brano Gv 6, 1- 15 della moltiplicazione dei pani quando Gesù invita i discepoli a dare loro stessi (Lc, 9, 12-17 e Mc 6, 30-44) da mangiare alle folle affamate della Parola. Allora il richiamo ad essere chicco che muore per dare molto frutto diventa un invito a tutti i credenti a farsi cibo per quelli che cercano di “vedere” la Parola.

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
