Le celebrazioni per la memoria liturgica del 30 gennaio
Ci sono, nella Tuscia come in ogni altra esperienza delle Chiese locali, venerazioni di santi e di beati considerati con un affetto che va oltre la devozione, con un sentimento che somiglia a quello che si prova per la propria storia familiare. È il caso di santa Giacinta, la cui ricorrenza liturgica, il 30 gennaio, si è celebrata secondo tradizione a Viterbo, dove visse la sua vita claustrale nel convento di san Bernardino delle monache clarisse, che ne custodiscono il sacello, e a Vignarello, dove era nata nel 1585 come Clarice Marescotti, figlia del conte Marcantonio e di Ottavia Orsini. Pubblichiamo, di seguito, una cronaca, arricchita da riferimenti storici, delle celebrazioni di quest’anno, a firma di Mariella Zadro e Massimo Fornicoli. Ma prima, la direzione di Sosta & Ripresa, vuole offrire qualche considerazione ai suoi lettori, memore della lezione di Tommasa Alfieri, che di questo giornale fu fondatrice, di interiorizzare nell’esperenza di oggi le vicende e gli insegnamenti del passato.
Di suor Giacinta si può dire che ebbe un destino simile a quello della monaca di Monza così come lo racconta Manzoni. Entrambe entrarono in religione non per vocazione, ma come vittime di quei pregiudizi tanto rilevanti tra le famiglie blasonate di quel ‘600 al quale appartennero. Entrambe vissero a lungo la clausura come prigione. Entrambe con l’arroganza della loro nascita privilegiata, che non bastava a lenire il rancore. A rendere diverso il loro destino fu l’atteggiamento, di rinuncia o di volontà di vivere comunque un’esistenza degna di rispetto. La sventurata di Monza non uscì dalla sua acre autoreferenzialità, dalla sua chiusura alle possibilità dalla Grazia a ciscuno, che la portarono prima al peccato e poi al delitto. La reclusa di Viterbo trovò le ragioni del superamento dell’amarezza, della chiusura in se stessa, per aprirsi all’abbraccio di Dio e, con esso, alla considerazione e alla premura per la sventura dell’altro.
Anche ciascuno di noi è posto dalle sue vicende quotidiane a scegliere tra chiusura e apertura, tra rancore sterile e impegno a dare frutto lì dove si trova, comunque vi sia stato seminato, tra disperazione e speranza. La memoria di santa Giacinta può aiutarci a scegliere bene. Buona lettura.
(P.N.)
La festa a Viterbo e a Vignanello
Di Mariella Zadro e Massimo Fornicoli
La festa liturgica di santa Giacinta, è stata celebrata quest’anno con una nutrita partecipazione, tanto più significativa in considerazione del fatto che il 30 gennaio era un giorno feriale. Al mattino il vescovo Lino Fumagalli ha presieduto nella chiesa di santa Giacenta alla quale è annesso il convento di san Bernardino una concelebrazione animata dalla Schola Cantorum di Bagnaia, che ha visto, insieme ai tanti fedeli e con le delegazioni del Sacro Militare Ordine di Malta e varie Confraternite.
Il vescovo ha ricordato che la prima giovinezza della futura santa fu segnata da una delusione romantica e dallo scontro con il padre che, nemmeno a dirlo, la fecea entrare suo malgrado appunto nel convento di clausura delle clarisse di san Bernardino. Preso il nome religioso di Giacinta, l’amarezza per tale condizione la spinse a vivere nei limiti della clausura, la vita altezzosa che riteneva dovuta al suo rango. Dopo quindici anni ci fu la svolta, o più giustamente la sua conversione. Sì anche i religiosi si possono convertire: da una vita banale, se non dissipata, a un abbraccio di amore al Cristo Crocifisso. Questo Amore la portò, da un lato, a penitenze fisiche e morali, dall’altro a soccorrere Cristo sofferente nella persona dei bisognosi e dei malati. Questo l’aspetto ci rende amcora oggi la Santa così vicina ed esemplare. Infatti tra le tante opere di carità da lei intraprese a favore degli “ultimi” creò anche il “Fondo” per l’Ospizio S Carlo che è giunto fino a noi alla base dell’attuale struttura geriatrica “Giovanni XXIII”, a riprova della continuità secolare di quello spirito di solidarietà che impronta il rapporto tra Viterbo e la sua santa Giacinta.
Sempre al mattino, nella cappella intitolata a santa Giacinta nel castello Ruspoli a Vignanello, il parroco don Roberto Baglioni ha recitato le Lodi insieme con la confraternita dei Sacconi (anch’essa opera fondata da santa Giacinta), indossando il prezioso piviale lasciato da Papa Benedetto XII a ricordo della sua visita nella cittadina dove nel 1725 si trattenne per diversi giorni in un’intensa intensa attività pastorale e liturgica, lasciando in ricordo il suo sontuoso e prezioso Piviale.
Nel pomeriggio, in una sorta di simbolica riunione tra i due luoghi della vita di santa giacenta. don Roberto, accompagnato da una rappresentanza parrocchiale di Vignarello, ha guidato il canto dei Vespri, sempre nella chiesa viterbese di santa Giacinta, seguiti dal concerto “La Musica sacra e la prassi liturgica” dell’Ensemble Vocale Doppiounisono, diretto dal maestro Lucio Roberti, con all’organo il maestro Enrico Mazzoni.
Il Concerto, registrato, può essere riascoltato sul link:





