Grande partecipazione, quest’anno, il 30 gennaio alla festa liturgica di Santa Giacinta, che vede le celebrazioni contemporaneamente a Viterbo ed a Vignanello.
Infatti Santa Giacinta nasce nel 1585, proprio nel Castello di Vignanello, dai conti Marcantonio Marescotti e Ottavia Orsini col nome, al secolo, di Clarice.
La sua prima giovinezza è segnata da una delusione romantica e dallo scontro con il padre che, nemmeno a dirlo, la fa entrare, suo malgrado, nel convento di Clausura di S Bernardino a Viterbo.
Prende, da religiosa, il nome di Giacinta, ma, per amarezza, conduce, nei limiti della clausura, una vita altezzosa degna del suo rango.
Dopo 15 anni di clausura avviene la sua conversione. Sì anche i religiosi si possono convertire: da una vita banale, se non dissipata, ad un abbraccio di amore al Cristo Crocifisso.
Questo Amore la porta, da un lato, a penitenze fisiche e morali, ma dall’altro a soccorrere Cristo sofferente nella persona dei bisognosi e dei sofferenti. È questo l’aspetto che nel mondo attuale ci rende questa Santa così vicina ed esemplare. Infatti tra le tante opere di carità da lei intraprese a favore degli “ultimi” creò anche il “Fondo” per l’Ospizio S Carlo che è giunto fino a noi alla base dell’attuale struttura geriatrica “Giovanni XXIII”.
La presenza del Sindaco di Viterbo, Giovanni Arena, e di tanti fedeli che assiepavano la Chiesa (nonostante il giorno feriale) testimoniano la continuità di questo rapporto di solidarietà tra Viterbo e la sua Santa Giacinta.
Nel pomeriggio un apprezzato concerto in suo onore.
Video a cura di Mariella Zadro

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.

