Quest’anno, a Viterbo, si sono sovrapposte due celebrazioni legate da filo comune solo all’apparenza improbabile. Mercoledì 10 aprile, per la festa della fine del Ramadan si sono radunati i fedeli di fede islamica nel Palazzetto dello Sport in località Riello, mentre giovedì 11 il vescovo Orazio Francesco Piazza ha celebrato la Santa Pasqua al carcere di Mammagialla, con la liturgia della domenica della Misericordia (II di Pasqua). Le due solennità si sono aperte con l’invocazione al Dio della Misericordia ed è echeggiato il saluto “Pace a voi” che Gesù risorto rivolge agli Apostoli sbigottiti, asserragliati nel Cenacolo. “Shelam aleichem” sono state verosimilmente le parole pronunciate in aramaico dal Risorto, sopravvissute nei millenni nella lingua ebraica: ”Shalom Aleichem”, e nel saluto arabo: “As-Salaam-Alaikum”, che per inciso ha dato origine per corruzione in italiano all’espressione gergale “salamelecco”.
Quando si tocca la radice del genere umano si trovano delle inaspettate eppure, a bel riflettere, consonanze. In fondo in tutti i popoli, in tutte le etnie e in tutte le culture gli individui, ridono o piangono per gli stessi motivi. Per questo nella festa musulmana la folla di migliaia di persone, invocava in maniera ossessiva il nome di Allah il Misericordioso (quasi come nella pratica dell’esicasmo, il sistema spirituale cristiano di orientamento contemplativo e di meditazione interiore che ricerca la perfezione dell’uomo nell’unione con Dio tramite la preghiera incessante, che trova pratica soprattutto nell’ortodossia). Tutto era veramente uno spettacolo: dalle diverse fogge e colori delle vesti, dalle presenze di giovani e di donne (non necessariamente a capo coperto, ma in un lato riservato), dall’ordine e compostezza della folla, che in pochi minuti la folla è defluita senza accalcarsi.

Discorso solo apparentemente diverso a Mammagialla: la capace Cappella del carcere (meglio: “Casa Circondariale”) era comunque gremita con gli invitati, il personale e la stessa direttrice mischiati con gli “ospiti”, il gruppo dei cantori e alla fine la consegna di alcuni premi per un concorso interno di poesia. Tutta la Santa Messa è stata commentata dal vescovo seguendo i temi della misericordia, della speranza, ma anche della responsabilità. Concetti compiutamente sviluppati nell’omelia, breve ma intensa, partendo dalle parole in prospettiva: “Pace a voi” ma come state? come stiamo? Il disagio degli apostoli, in prospettiva, diventa il disagio di tutti: anzi di ognuno, che si deve confrontare con le situazioni, con le condizioni, con le problematiche.
Ma non se ne esce se si vive per sé stesso, se ci si chiude in sé stesso, se non si condivide. Perché tutti hanno il loro disagio, i loro bisogni, anche quelli che ci stanno intorno, anche le istituzioni, anche (rivolgendosi ai reclusi) i custodi. Monsignor Piazza ha ripreso poi il concetto sempre a lui caro del carcere come una comunità. Ha invitato quindi a guardarsi dentro e fuori con uno spirito di serenità: la dignità di ognuno passa attraverso la dignità degli altri. Se ognuno guarda solo le proprie difficoltà i nodi della comunità non si sciolgono.
In prospettiva questa potrebbe essere anche la morale di questi due giorni pieni di incontri “improbabili”: i vari livelli di disagio vanno risolti dando ognuno il proprio contributo.
Pace a voi.
Di seguito il link di un breve filmato della festa islamica.
Fotografie e filmati all’interno del carcere non possono essere fatti uscire.
Foto tratta dal web

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
