“La Macchina è bella, ma la cosa più bella è la fatica dei facchini, perché senza di loro la macchina non sarebbe trasportata“. Così ha commentato Isabella una bambina di IV elementare che, con il fratellino Filippo e i genitori, ha visitato domenica 1° ottobre, giorno della chiusura, la mostra fotografica, appunto sul trasporto della Macchina di Santa Rosa, di Gianluca Belei che si era aperta lo scorso mercoledì 20 settembre nella chiesa viterbese, oggi sconsacrata, di Santa Maria della Salute.
A questa giornata di chiusura ha voluto essere presente, insieme con lo stesso Belei, la direzione al completo di Sosta e Ripresa, che ha promosso e realizzato la mostra. C’erano il direttore responsabile Pierluigi Natalia, la vice direttrice Laura Ciulli e il direttore editoriale Mario Mancini, che è presidente della nuova editrice del giornale, l’associazione intitolata al beato Domenico Bàrberi, viterbese anch’egli. E se la spinta iniziale a realizzare la mostra è stata di Ciulli, l’organizzazione e l’allestimento hanno visto particolarmente impegnato Mancini, con l’apporto di Mariella Zadro, che dell’associazione è socia e al giornale collabora con foto e video di parte degli avvenimenti seguiti.
Proprio l’affermazione chiara e sicura della piccola Isabella l’accompagna e offre l’opportunità di riflettere sul valore antropologico e identitario, forse prima ancora che artistico, dell’opera di Belei, che va ben oltre gli aspetti folkloristici (e magari commerciali) che troppo spesso sembrano prevalere nel racconto, per parole e per immagini, di un trasporto che l’Unesco ha considerato patrimonio immateriale dell’umanità.
Anche una bambina, infatti, coglie subito questo aspetto di una fotografia come quella di Belei, certo artistica in senso pieno, per realizzazione tecnica e capacità di cogliere il significato di un momento, ma soprattutto che parla all’anima, che riesce a toccare i cuori, a trasmettere emozioni e sensazioni importanti. In realtà, di foto della Macchina ce ne sono poche. Alcune ne mostrano particolari, nel mettere in evidenza lo sforzo immane dei facchini, ma pensandoci bene il cuore stesso della mostra è la rappresentazione immediata e significativa della partecipazione di Viterbo alle celebrazioni riguardanti santa Rosa. Da citare in questo senso è l’attenzione posta non tanto al cosiddetto corteo storico, quanto all’immagine della reliquia della santa, il cui cuore torna ogni anno in processione, sfilando per il centro storico della città, testimoniando da secoli la lezione di Rosa sul primato del povero e sulla difesa della Chiesa.
Per la direzione di Sosta e Ripresa è stata una gioia partecipare alle ultime tre ore della mostra, tra le 16 e le 19 di domenica, – le ultime a Viterbo, perché si spera che la mostra diventi itinerante, soprattutto nelle altre realtà dove si esprime la devozione a santa Rosa – tra colloqui con alcuni delle degli ultimi tra le centinaia di viterbesi e turisti, italiani e visitatori che in appena dieci giorni l’hanno vista e rinnovato l’ attenzione ai trentasei scatti di Belei. Così come è stata una gioia, l’opportunità di indagare un po’ più a fondo la vicenda personale e professionale, il sentire e il trasmettere, dell’autore di quegli scatti. Né è giusto negare un po’ di soddisfazione per il fatto di aver contribuito non solo alla mostra, ma anche al fatto che sia stato possibile realizzare quelle, dato che fu il nostro giornale a fornire a Belei l’accredito stampa per seguire il trasporto della macchina, seguito con la vice direttrice Laura Ciulli per ben due trasporti.
Ma dato che per un giornalista la soddisfazione non deve trasformarsi in vanità – o meglio non dovrebbe, perché purtroppo ci sono fin troppe prove del contrario, un po’ ovunque e magari anche a Viterbo – a prevalere è stato di fatto quel complesso di fattori espressi con la parola professionalità, spesso purtroppo usata un po’ a vanvera e magari rivendica abusivamente da gente che ne ha poca e senza titolo. Di certo, comunque, una caratteristica del giornalismo, del documentarsi e per documentare, deve essere la curiosità. E in questo caso è servita. Gianluca Belei aveva con sé delle bozze di stampa che stava correggendo ed è stato naturale curiosare. Ne è scaturita quell’opportunità di indagare un po’ più a fondo la vicenda personale e professionale, il sentire e il trasmettere, dell’amico fotografo. La parola amico non è abusata, perché da lì ha preso le mosse un colloquio che ha spaziato su tanti aspetti della convivenza umana, del significato di qualità della vita e delle scelte di convivenza, un colloquio iniziato tra persone che si stimavano e concluso tra persone che in qualche modo si sono scoperte amiche.
La pubblicazione in questione, ricca di foto di Belei, è sull’esperienza di una piccola realtà periferica, la cittadina di Lugnano in Teverina, dove l’artista vive. Piccola, ma importante, non solo per raccontare l’oggi di quella comunità, ma anche per riflettere sulla sua storia plurisecolare, fatta di autonomia solidale. Lugnano in Teverina fin dal medioevo fu infatti un raro caso di autogoverno del popolo, senza sottomissione a signorie di sorta, sebbene parte dell’allora Stato della Chiesa, al punto che ogni residente aveva il possesso di un uliveto, principale risorsa del paese, e di un pezzo di terra da coltivare, in quella che oggi chiameremmo una comune agricola, nella quale era persino vietato soggiornare per più di tre giorni a chiunque appartenesse alle categorie privilegiate dell’epoca.
È un passo di un progetto più ampio, del quale il ricco archivio dii Belei permette in prospettiva la realizzazione nel raccontare la realtà, il valore delle periferie della quale è ricca l’Italia – in comuni con meno di cinquemila abitanti vivono quindici milioni di persone, un quarto della popolazione del Paese. Ma le periferie, sulle quali pone tanto l’attenzione Papa Francesco, sono anche quelle delle città, in Italia come nel mondo. E chiunque, come Belei, quel mondo degli “scartati”, sempre per citare il Papa, abbia avuto modo di conoscere, tra i popoli nativi, tra i profughi, tra migranti, quelle periferie vuole indagare, conoscere e far conoscere anche in Italia.
Fino ad arrivare a quelle del tessuto sociale di Roma, dove ormai sembrano aver perso senso e rilevanza tutte le cosiddette realtà sociali intermedie tra i cittadini e lo Stato, dai partiti sempre meno rispondenti al ruolo che la Costituzione dà loro e ormai ridotti a comitati elettorali dei cosiddetti leader di turno, alla scuola che l’incuria ormai pluridecennale della politica e delle istituzioni ha portato a sempre meno istruire e soprattutto, purtroppo, a sempre meno educare, quei luoghi dove l’unica presenza di accoglienza ed ascolto sembra ormai essere proprio la Chiesa cattolica, che fa supplenza amorosa ed immediata a quanti a questi bisogni dovrebbero rispondere.
E al contrasto di ciò possono dare un contributo di senso sia l’arte di un fotografo, sia l’artigianato di un giornale
Foto di Laura Ciulli




